Reggio. A Palazzo da Mosto “L’Italia in-attesa”, racconto per immagini di un paese sospeso per lockdown

mostra Italia inattesa

È il racconto per immagini di una nazione “sospesa” per quasi sessanta giorni quello della mostra “Italia in-attesa. 12 racconti fotografici”, allestita fino all’8 gennaio a Palazzo da Mosto a Reggio: un’Italia interdetta, trasformata all’improvviso da una circostanza eccezionale (e si spera irripetibile) come il primo lockdown, resosi necessario nella prima metà del 2020 dall’irrompere sulla scena della pandemia di nuovo coronavirus.

Un racconto che si sviluppa attraverso le visioni e la sensibilità di dodici grandi fotografi, invitati a riflettere su quel momento straordinario direttamente dal Ministero per i beni e le attività culturali: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr e George Tatge.


Artisti e artiste che hanno restituito, spaziando tra differenti linguaggi e modalità di espressione, un racconto corale e polifonico, con immagini di luoghi noti e meno noti – paesaggi e piazze, orizzonti e aree pubbliche, ma anche opere d’arte e oggetti di uso quotidiano – in cui però lo spazio, l’architettura e l’ambiente diventano “altro” quando l’uomo per qualche motivo non li abita più, delineando uno scenario unico, silenzioso, quasi irreale. Una dimensione emergenziale che oggi sembra apparentemente così lontana, ma dalla quale ci separano temporalmente solo due anni e mezzo di vita.

La mostra, a cura di Margherita Guccione e Carlo Birrozzi, è promossa dal Ministero della cultura (direzione generale creatività contemporanea), dall’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione e dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio, in collaborazione con il Comune di Reggio e la Fondazione Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma.

Proprio la Fondazione Maxxi (rappresentata dalla sua presidente Giovanna Melandri) ha siglato con il Comune di Reggio (con Valentina Galloni, dirigente del servizio beni culturali dell’ente, in rappresentanza anche della biblioteca Panizzi e dei Musei civici cittadini) e con la Fondazione Palazzo Magnani (con il presidente Gianpiero Grotti) un accordo triennale che suggella una collaborazione in atto già da diversi anni, ma che ora guarda al futuro per quanto riguarda la gestione e la valorizzazione delle rispettive collezioni di fotografia, oltre alla promozione dei maestri già riconosciuti e al sostegno ai giovani talenti della fotografia contemporanea. Tra i progetti congiunti che fanno parte dell’accordo ci sono mostre, attività di ricerca, eventi di approfondimento, seminari per studiosi, talk, conferenze, pubblicazioni e altro ancora.


I racconti fotografici

Olivo Barbieri, per questa sua indagine artistica, ha scelto la “Camera degli sposi” del Palazzo Ducale di Mantova, macchina visiva d’eccellenza per la sperimentazione innovativa della prospettiva, per condurre una riflessione sui meccanismi della percezione e sul sistema della rappresentazione. Guido Guidi, al contrario, ha rivolto lo sguardo al paesaggio minimo della quotidianità, conferendo pari valore al monumentale e all‘ordinario e restituendo allo sguardo del pubblico particolari trascurabili della realtà, caricandoli però di rinnovato senso e levità.

La stessa attenzione al paesaggio d’affezione è testimoniata dalle fotografie di Silvia Camporesi, che ha scelto di ritrarre i luoghi della sua infanzia: liberati dallo scorrere della vita quotidiana, questi sembrano svelare ora la propria essenza. In un’atmosfera metafisica e straniante sono immersi anche i centri storici umbri ritratti da George Tatge, in cui il silenzio e il senso di vuoto sembrano riflettere lo stato d’animo dell’autore. Sul tema dell’assenza si concentra anche il lavoro di Allegra Martin: luoghi emblematici della cultura milanese che sono stati privati improvvisamente dell’azione e dello sguardo del pubblico che abitualmente conferisce loro vita, diventano metafora di una sospensione non solo temporale, ma anche di senso.

A questi progetti fanno da contraltare altri lavori che non guardano allo spazio esterno, ma a quello interno, spostando la riflessione su un piano astratto e concettuale. È il caso di Francesco Jodice, che ha trasferito il viaggio fisico su un discorso mentale e virtuale, compiendo un reportage attraverso alcune architetture-simbolo della cultura italiana storica e contemporanea utilizzando immagini satellitari; o di Mario Cresci, con il doppio sguardo rivolto al micro-mondo costituito dalla sua casa di Bergamo e a quello esterno, rappresentato da una città deserta.

Le immagini visionarie di Antonio Biasiucci, invece, hanno portato la riflessione su un piano totalmente simbolico: i ceppi di alberi, ripresi in modo da richiamare forme antropomorfe, sono diventati soggetti archetipici che rimandano alla circolarità del tempo.

La condizione astratta del paesaggio è stata al centro anche del lavoro di Paola De Pietri, con i paesaggi onirici di Rimini e Venezia che si echeggiano da due differenti latitudini dell’Adriatico. Le immagini surreali dei paesaggi montani tanto cari a Walter Niedermayr, solitamente popolati e logorati dal turismo di massa, appaiono quasi spettrali nell’assenza di presenza umana.

I luoghi simbolo di una Roma insolitamente deserta, ripresi da Andrea Jemolo, dialogano a Palazzo da Mosto con alcuni centri storici danneggiati dal terremoto che ha colpito il centro Italia nel 2016, ritratti da Ilaria Ferretti: spazi pubblici in cui le tracce della vita e del tempo sono ormai affidate solo al movimento delle ombre e alla rassicurante persistenza della natura.


La mostra costituisce così, grazie alla grande varietà delle interpretazioni, un’analisi visiva dell’impatto antropico sul paesaggio, sulle relazioni tra cultura e natura, tra architettura e ambiente in alcuni luoghi (sia iconici che non) italiani. A oltre due anni di distanza, come possiamo “rileggere” quelle immagini? L’esperienza inedita e drammatica del lockdown è servita per imparare qualcosa? Domande che durante i mesi autunnali e invernali saranno al centro di dialoghi tra fotografi, architetti, urbanisti e paesaggisti, a formare un calendario di incontri aperti al pubblico che si succederanno durante tutto il periodo espositivo.