Quanto vale la vita degli anziani

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Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro lo ha ripetuto martedì scorso: chi teme di ammalarsi di Covid si comporta da “femminuccia”, è dispiaciuto per le vittime “ma tutti dovremo morire un giorno”. Quindi, se sei un vero maschio e non “un frocio”, petto in fuori e poche balle.

L’atteggiamento del leader populista sudamericano è più diffuso di quanto i media non dicano anche nell’evoluta e civile Europa, dove pure la pandemia continua a svilupparsi con sempre maggiore frequenza.

L’idea di fondo di Bolsonaro pesca nella migliore tradizione dei fascismi novecenteschi: il mito della forza, della sfida, dell’onore cavalcato come meta esistenziale da raggiungere, e di conseguenza l’esaltazione della gioventù come condizione privilegiata per contribuire a realizzare nel mondo quella superiorità della razza a cui la più elevata essenza umana aspira.

Si avverte l’eco di parole d’ordine lontane nella storia ma più vicine di quanto possiamo immaginare nel pensiero (e nel sub-pensiero) contemporaneo. I fascismi di oggi non sono solo tanto Forza Nuova e Casapound, quanto il portato di una sottocultura occidentale che vuole collocare l’Uomo Bianco, se non la razza ariana tanto amata da Hitler, in una condizione di primato sul resto del genere umano.

Tali considerazioni affondano nei meandri degli studi medici ai tempi del nazismo e conducono direttamente all’eugenetica, ossia alla selezione della razza al fine di conseguire modelli di grado superiore eliminandone gli scarti: i gay, gli omosessuali, le persone con disturbi mentali, i rom e varie marginalità della condizione umana. Oltre, è il passo successivo, ai vecchi e ai malati.

Il recente tweet del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, a proposito dell’improduttività degli anziani e della loro sostanziale inutilità ha avuto il merito di sollevare il velo dell’ipocrisia. Quanti di noi, scorrendo le età delle vittime da Covid, mediamente elevate, non hanno alzato il sopracciglio e perlomeno pensato: “Beh, a una certa età morire è inevitabile”. Il che è certo ragionevolmente sensato, salvo in un dettaglio che merita risposta: chi decide di dare e togliere la vita?

Durante il primo lockdown in Italia è accaduto nelle fasi più drammatiche della pandemia che, di fronte all’impossibilità di dare una cura a tutti, la selezione tra chi poteva essere salvato e chi no venisse effettuata in base all’età e alla speranza di vita. Si tratta di un non-detto che non riesce a oltrepassare la barriera del politically correct: negli anni è cresciuta la domanda di cure palliative e spesso la responsabilità di scegliere come agire su un paziente terminale è delegato a capi sala e a personale infermieristico. Malati di Covid compresi.

C’è da augurarsi che la pandemia in corso raggiunga presto il picco dei contagi e si fermi a un livello di pressione sostenibile. Ciò non significa che non si morirà più a causa del virus, ma che il sistema generale sanitario sia riuscito a recuperare il terreno perduto e a reggere l’urto.

Il punto chiave del diritto alle cure resta comunque in forma di problema etico. Davvero pensiamo che la vita di un ottantenne valga meno di quella di un ragazzo? O la vita in sé è un valore inalienabile e non negoziabile? Magari tra qualche decennio l’umanità avrà ridefinito le proprie convinzioni e i nostri scrupoli odierni strapperanno al massimo un sorriso. Ma fino ad allora una risposta che governi la nostra condotta morale rimarrà indispensabile. E non è una risposta facile.




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