Le parole più preoccupanti sulla sanità italiana non sono arrivate da un sindacato, da un comitato di cittadini o dall’opposizione politica. Le ha pronunciate il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, cioè l’amministratore di uno dei sistemi sanitari storicamente considerati più efficienti del Paese: “La casa sta crollando anche in Emilia-Romagna. Il sistema così non tiene più”.
Vale la pena fermarsi su questa ammissione, perché contiene una dose di onestà intellettuale rara tra i politici. Per anni la discussione pubblica sulla sanità è stata anestetizzata da narrazioni consolatorie, statistiche selezionate e guerre ideologiche tra pubblico e privato. Nel frattempo, però, la realtà ha continuato a peggiorare: liste d’attesa infinite, pronto soccorso congestionati, carenza cronica di personale, cittadini che rinunciano alle cure e professionisti sanitari che scelgono di andarsene all’estero.
Ma il punto più drammatico è un altro, e riguarda la trasformazione demografica del Paese. L’Italia è diventata una società anziana senza aver costruito un sistema sanitario adatto alla vecchiaia di massa. Viviamo più a lungo, ed è un successo straordinario. Tuttavia la longevità, troppo spesso, coincide con anni vissuti in condizioni di fragilità, dipendenza, malattie croniche, decadimento cognitivo e perdita di autonomia.
È qui che il sistema entra in crisi. La sanità italiana è nata per curare episodi acuti; oggi invece dovrebbe assistere milioni di persone croniche e non autosufficienti, spesso per decenni. Non basta più l’ospedale. Non basta la prestazione specialistica. Servono continuità assistenziale, medicina territoriale, assistenza domiciliare, strutture intermedie, personale numeroso e preparato. E servono risorse immense.
De Pascale coglie il nodo quando definisce la non autosufficienza un gigantesco “extra-Lea”. In pratica, una parte enorme dell’assistenza reale è già oggi fuori dall’impianto originario del Servizio sanitario nazionale ed è scaricata sulle famiglie. Sono i figli, i coniugi, spesso donne sole, a sostenere il peso quotidiano di anziani fragili, Alzheimer, disabilità e lunghe degenerazioni. Chi può paga privatamente. Chi non può aspetta. Oppure rinuncia.
In Emilia-Romagna la situazione si aggrava ulteriormente per una ragione evidente ma raramente affrontata con chiarezza: il sistema regionale continua a farsi carico di migliaia di pazienti provenienti da altre regioni e di una quota crescente di cittadini stranieri che si rivolgono alle strutture pubbliche. Il principio universalistico resta un valore irrinunciabile, ma nessun sistema può sopportare un incremento costante della domanda senza un corrispondente aumento di personale, posti, organizzazione e finanziamenti.
Nel frattempo è stato commesso anche un errore culturale enorme: avere progressivamente smantellato la centralità del medico di base, erede diretto del vecchio medico di famiglia. Quella figura rappresentava un presidio umano e territoriale fondamentale: conosceva i pazienti, seguiva le storie cliniche nel tempo, intercettava i problemi prima che degenerassero. Oggi invece il sistema sembra avere sostituito la relazione medica con la diagnostica continua, quasi che bastassero esami e immagini a risolvere ogni problema.
Senza una medicina territoriale forte la diagnostica diventa un imbuto. Infatti gli esami si accumulano, le prenotazioni slittano di mesi, perfino in casi di forte urgenza clinica. È inaccettabile che una Tac o una risonanza necessarie possano arrivare quando la malattia è già peggiorata. Eppure sta accadendo ogni giorno.
La verità è che il Servizio sanitario nazionale sta entrando nella fase più delicata dalla sua nascita. Non perché sia sbagliato il principio universalistico, ma perché il Paese non ha avuto il coraggio di adeguarlo alla nuova realtà sociale e demografica. Una popolazione anziana richiede un modello completamente diverso, infinitamente più costoso e infinitamente più complesso.
Per questo l’allarme lanciato da de Pascale non dovrebbe essere archiviato come una dichiarazione politica tra le tante. È piuttosto il riconoscimento pubblico di una crisi strutturale che ormai riguarda tutti. E ignorarla ancora significherebbe soltanto rendere più traumatico il crollo.







Bravissimo