Perché Draghi non scenderà in campo

Mario Draghi Meeting 2020 Rimini

Oltre trentamila tweet in poche ore e le prime pagine dei quotidiani mercoledì mattina hanno confermato un’ormai solida certezza: Mario Draghi è in nuce la sola autentica alternativa al governo demogrillino di Giuseppe Conte.

Più parla, e parla poco, e più piace. L’ex presidente della Banca Centrale Europea non è un tecnico come tutti gli altri susseguitisi nelle vicende della Seconda Repubblica, da Lamberto Dini a Mario Monti. A differenza di costoro Draghi possiede non solo il curriculum ma anche l’autorevolezza e uno standing che, inutile negarlo, ne rende speciali le parole anche quando ripete concetti già espressi in precedenza (come è accaduto a Rimini).

Ma trentamila tweet non bastano per creare una figura politica. Ed è da escludere che Draghi sia disponibile a entrare nell’agone parlamentare in assenza di un richiamo generale, statuale, in qualche forma unanime. Per questo motivo è difficile vederlo candidato alla guida del governo. Ed è altrettanto complicato osservarlo in lizza per il Colle più alto allorquando terminerà il mandato di Sergio Mattarella (2022).

L’attuale maggioranza Pd-5Stelle vede ormai le rare uscite di Draghi come fumo negli occhi. La comune matrice populista che sempre più avvicina le due maggiori forze di governo non può certo vedere di buon occhio una figura percepita anche sul piano mediatico come troppo al di sopra delle beghe della politica nazionale. Perché mai il voto degli italiani dovrebbe essere sacrificato a una presunta superiorità etico-tecnica dell’ennesimo Uomo della Provvidenza?

Senza contare le ambizioni dei singoli, che pure non mancano. Pensano al Quirinale, al momento, almeno in due: Giuseppe Conte e Dario Franceschini. Con l’attuale maggioranza parlamentare entrambi avrebbero chances. Una spartizione Quirinale-Palazzo Chigi soddisferebbe entrambi i partiti, Pd e 5Stelle, lasciando il centrodestra a bocca asciutta.

C’è poi chi suggerisce a Salvini di puntare su Draghi per tentare di dare una spallata al governo e mandarlo a casa. Il ragionamento ha un limite: è improbabile che l’interessato accetti di farsi manovrare da qualsiasi leader di partito e men che meno dal capo della maggiore forza anti-europeista che si muova nel Continente. Anche qualora il tentativo salviniano andasse a buon fine, è da escludere che Draghi accetterebbe di mettersi alla guida di un esecutivo debole e sottoposto alle bordate che inevitabilmente i partiti gli muoverebbero.

Il profilo super partes dell’uomo che salvò l’euro dall’aggressione speculativa – è passato alla storia il suo “whatever it takes”, ossia faremo “qualsiasi cosa” per salvare la moneta unica – è la garanzia stessa dell’impraticabilità di una scelta partigiana.

Draghi esiste come figura ideale di statista, almeno nell’immaginario di molti, ma non può venirvi meno salvo una veloce decadenza del suo ricco patrimonio di autorevolezza. Non si farà usare da nessuno – e questo è un dato inaccettabile per le nostre asfittiche forze politiche, affamate più di poltrone che di alta politica.

Per tutto ciò, al di là degli innamoramenti transitori, la carta Draghi è meno disponibile di quanto si pensi. A meno che qualche errore disastroso non metta Conte e i suoi accoliti al centro del disdoro. Ma al momento non se ne vede traccia.




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