Omelia in Duomo in ricordo di don Pasquino Borghi, prete fucilato dai fascisti

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Lunedì 30 gennaio è stato ricordato in Cattedrale il 78° anniversario della fucilazione della medaglia d’oro don Pasquino Borghi, parroco di Tapignola, avvenuta al Poligono di tiro di Reggio Emilia e voluta dal sanguinario regime fascista. Il Bollettino Diocesano N. 2 del 1944 pubblicava il dispositivo della sentenza relativo alle condanne capitali pronunziate dal Tribunale Speciale Straordinario il 29 gennaio 1944. Don Borghi, parroco di Tapignola, era espressamente imputato anche “di favoreggiamento e ospitalità ad una banda armata ribelle e a prigionieri nemici che egli sapeva essere autori di omicidio e di tentato omicidio nelle persone di militi e carabinieri”. Il Tribunale, sentito il Pubblico Accusatore che aveva chiesto la pena di morte per don Borghi e gli altri otto imputati, “rei confessi, li condannava a morte mediante fucilazione alla schiena, da eseguirsi immediatamente”.
Alla concelebrazione eucaristica, presieduta dal vicario generale mons. Alberto Nicelli, hanno presenziato autorità cittadine, rappresentanze di associazioni partigiane, i gonfaloni della Provincia e di Comuni legati a don Pasquini, assieme a numerosi fedeli.
L’omelia commemorativa è stata pronunciata da mons. Giovanni Costi, responsabile del Centro Diocesano di Studi Storici, che si riporta.

(gar)

La molteplicità dei tempi e degli spazi, vissuti da don Pasquino in famiglia, nella parrocchia di Bibbiano (1903-1915), nel seminario vescovile di Marola (1915-1921), nel seminario urbano di San Rocco (1921-1923), nell’Istituto delle Missioni Africane di Verona (1924-1930), nella permanenza in missione a Isoke e Torit, nel Sudan anglo-egiziano (1930-1938), nella abbazia di Farneta (Lucca), come certosino (1938-1939) -quella stessa abbazia i cui monaci saranno uccisi dai tedeschi il 7 e il 10 settembre 1944 -, nella parrocchia di Cànolo di Correggio (1940-1943) e, infine, nella parrocchia di Tapignola di Villa Minozzo, mettono in luce in lui una pluralità di esperienze temporali, accompagnate da vasti spazi umani, culturali ed ecclesiali. Catturato a Villa Minozzo, dove si era recato a predicare, torturato in carcere, viene fucilato al Poligono di Tiro, dalle milizie del Fascismo reggiano, il 30 gennaio 1944.

Contesto temporale e societario

Educato alla fede nella sua famiglia, nei seminari della Diocesi reggiana (Marola e Reggio E.) e nell’Istituto dei Comboniani a Verona, don Pasquino Borghi respira l’aria della Chiesa italiana, prima gradualmente e poi sempre più, in conflitto con il regime fascista, negli anni 1931-33 e, in modo precipuo, dal 1938 con l’introduzione delle leggi razziali contro gli ebrei.
Su don Pasquino, primo sacerdote reggiano ucciso, numerosa è la bibliografia a partire dal Bollettino della Diocesi, con gli interventi del vescovo mons. Eduardo Brettoni. Come compendio e approfondimento, si può vedere il volume Il tempo e la vita di don Pasquino Borghi, frutto del Convegno di Studi tenutosi a Bibbiano nel novembre 2004, edito da Istoreco. Contiene studi e testimonianze molto importanti per comprendere le ragioni “cristiane” della sua aderenza al movimento resistenziale reggiano, in una zona che, proprio perché defilata e impervia, diventa la principale zona di rifugio e di operazione dei partigiani.
Per il suo profilo spirituale, tuttavia, rimangono ancora fondamentali le note di don Carlo Lindner nel volume Nostri preti, edito nel luglio 1950 da cui ricaviamo questo incipit:
«Don Pasquino, dobbiamo ringraziarti della tua fulgidissima interpretazione del sacerdozio. Una fede immensa – un coraggio sconfinato fino all’amore del rischio –l’estremismo dinamico della rinunzia – un donare assoluto senza calcolo – un affermare continuo che tutto è semplice, che le difficoltà non esistono e quasi si gode di affrontarle con la sublime certezza che viene dall’alto.

Fare il prete è votarsi liberamente a morire per non tacere, non camuffare, non vendere la verità; consacrarsi ad essere maledetti dopo aver seminato soltanto carità e grazia per ogni anima senza distinzione di età, di colore, di divisa, perché per ognuna il Signore è morto. In questo senso il campo di apostolato di ogni prete è il mondo e non esiste alcuna differenza essenziale tra la vocazione del sacerdote e quella del missionario.
La tua vocazione, don Pasquino, è nata così. Scrivevi, da giovane allievo di Marola:“Sei seminarista e dal Signore più regalato di doni e di grazie. Devi farti santo o per amore o per forza, che i mezzi li hai”».

Reso famoso dalla sua vicenda resistenziale (medaglia d’oro),nell’aiuto al partigianato, egli rivela la sua autentica vocazione missionaria,interrotta in Africa per gravi motivi di salute, ma ripresa e reinterpretata nel ministero sacerdotale a Cànolo e a Tapignola.
Il tempo della vita di don Pasquino è un tempo continuativo di missione, a contatto diretto con popolazioni, comunità e persone diverse, sempre raggiunte dal suo profondo interessamento umano e societario.

Contesto spaziale-relazionale e comunitario


L’ultima tappa missionaria di don Pasquino Borghi si svolge sull’Appennino reggiano, nel Comune di Villa Minozzo, nella parrocchia di Santo Stefano in Tapignola (ottobre 1943-gennaio 1944).
Il servizio parrocchiale di don Pasquino,in montagna, coincide con il periodo cruciale della Resistenza e del partigianato contro i tedeschi e i Repubblichini della Repubblica Sociale di Salò, con un primo tragico epilogo di tre sacerdoti:
don Pasquino Borghi, parroco dapochi mesi di Tapignola, fucilato il 30 gennaio 1944 dai fascisti; don BattistaPigozzi, parroco di Cervarolo, ucciso dai tedeschi, insieme a 23 suoiparrocchiani, il 20 marzo 1944; don Giuseppe Donadelli, parroco di Vallisnera,ucciso, insieme a due suoi giovani parrocchiani, il 2 luglio 1944.
In tutti e tre i casi c’è il rifiuto, da parte delle vittime, di farsi delatori di parrocchiani o conoscenti, implicati nella Resistenza locale.
Dinanzi alla morte dei suoi “carissimi sacerdoti”, il vescovo Eduardo Brettoni scrive: «Povero don Pasquino! Non mi aveva dato mai dispiaceri, altro che con la sua troppa generosità di cuore».

In un altro suo scritto il vescovo afferma,senza timori reverenziali o remore verso le autorità del tempo:

«Nulla posso né intendo dire quanto alle imputazioni e alla condanna: sono i compiti riservati al giudizio equanime della storia. Ma una cosa sono in dovere di dire apertamente,come è la verità e come m’impone la coscienza del mio ufficio di vescovo: la condotta del sacerdote don Pasquino Borghi, sia quale cappellano curato, sia quale parroco, non ha patito eccezioni, e che per zelo generoso e desiderio di fare del bene senza badare a sacrifizi, come anche per integrità di vita sacerdotale, io non ho avuto se non a lodarmi di lui».
A partire dalla morte di don Pasquino Borghi (gennaio 1944) a quella di don Umberto Pessina (giugno 1946), nella lotta di Liberazione, la funzione delle canoniche, soprattutto di montagna, costituiscono luoghi di appoggio, di pronto soccorso e difesa.
In conformità alle configurazioni del territorio, alle condizioni economiche delle popolazioni e alle particolari culture politiche e sociali, la montagna vive e interpreta operazioni tipiche e articolate nella lotta della Resistenza. La diocesi, i parroci, singoli sacerdoti e laici cristiani, spesso con una geniale autonomia,svolgono un indispensabile ruolo di coordinamento, in uno spirito di correttezza e sacrificio cristiano.

Nell’insieme i cattolici reggiani e guastallesi hanno apportato all’interno del complesso mondo della Resistenza nuovi ideali, programmi operativi,scelte e visioni socio-politico-religiose, che hanno costituito una specie di basamento progettuale per il futuro lavoro della Assemblea Costituente(1946-1948) e la redazione della Costituzione della Repubblica Italiana (1948).
Accanto alle pagine dolorose dei sopravvissuti alla guerra e delle famiglie di chi non è ritornato, per una visione globale degli eventi storici,va inserita anche la pagina tragica di chi ha sperimentato prigionie, deportazioni, invalidità e malattie. Molti hanno riempito, con toccanti testimonianze e con i loro scritti, le voci dei morti e le immani sofferenze delle popolazioni. Dalle loro esperienze dirette con la guerra e la morte derivano per la società e per la Chiesa i percorsi di uno studio sulla tragicità di ogni guerra e gli intenti di finalità per costruire la pace.

Nel nuovo tessuto storico-giuridico della società italiana che si va ricostruendo,si fa avanti la crescita di una forza cattolica, capace al momento di raccogliere i frammenti dello Stato. È una teologia politica che rimane sullo sfondo dei pensieri. Emerge,quasi in sordina, il ritorno di un servizio di impegno politico- ecclesiale per l’Italia frammentata e sconfitta.
L’esperienza emblematica dell’opera dei cattolici nella Resistenza, si delinea anche attraverso una lotta militare di liberazione. La Brigata partigiana delle “Fiamme Verdi” e il suo carismatico capo-trascinatore “Carlo”, don Domenico Orlandini (1913-1977), con una strategia militare e politica, ispirata ai valori ecclesiali, si inseriscono nel mondo e nelle scelte del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Don Carlo e le “Fiamme Verdi” costituiscono la dimensione emergente della presenza di vari sacerdoti, affiancati alle coscienze di molti giovani cattolici, nelle scelte resistenziali. Notevole, per le comunità reggiane, è l’eredità di fede e l’eredità di sangue, come dono costitutivo di libertà e giustizia.
Per don “Carlo”, l’On. Pasquale Marconi (1898-1972), don Giuseppe Dossetti (1913-1996), la lotta di Liberazione nella Chiesa non doveva mai essere disgiunta dalla riconciliazione della società, che includeva anche il perdono cristiano.

Territori e spazi umani, schiacciati dal terrore e dalla morte, attraverso l’apporto di tanti uomini e donne, combattenti per la libertà, la giustizia e la pace, si aprono, sorretti dallo spirito cristiano, ad un futuro di condivisione democratica.
Don Pasquino Borghi ne è un modello, un interprete e un testimone diretto.
Resta esempio straordinario di riconciliazione e di perdono quello della madre di don Pasquino, Orsola Del Rio:

«Le cronache riferirono che ci fu nel plotone di esecuzione chi si rifiutò di aprire il fuoco contro don Pasquino Borghi (si legga La Penna del 24 agosto 1945) il quale – come dichiarò poi il dottor Pasquale Marconi – teneva al collo la corona del santo rosario. Fu assodato inoltre che un disgraziato ragazzo quindicenne, certo Sergio P. nativo di Roma, ingaggiato per la delittuosa bisogna [cioè la fucilazione, ndr], proprio sul corpo del povero prete ucciso fu costretto a scaricare l’arma per allenamento (Reggio Democratica,5 marzo 1946).
Quando, raggiunto dalla giustizia, il giovane fu processato dalla Corte di Assise di Reggio Emilia, la mamma umile e grande del sacerdote brutalmente assassinato, fece pervenire al Presidente della Corte la seguente lettera che salvò il disgraziato irresponsabile da una dura condanna e gli ottenne l’assoluzione:

“Bibbiano, 4 gennaio 1946. Al Presidente della Corte di Assise Straordinaria di Reggio Emilia. In nome di Cristo e della Vergine Santissima, sull’esempio eroico dell’amato figlio don Pasquino ed in sua memoria, per la pacificazione degli animi da lui auspicata con il sacrificio della propria vita, perdono cristianamente all’esecutore materiale della capitale iniqua sentenza, il nominato Sergio P. In fede. Firmato: Del Rio Orsola ved. Borghi”.
Condannato dalla Corte di Assise a 10 anni e 8 mesi di carcere fu anche un altro ragazzo, tale Gian Mattia S. che a sedici anni e qualche mese aveva fatto parte del plotone di esecuzione di nove condanne a morte fra cui quella di don Pasquino Borghi. Quando la Corte di Cassazione effettuò la revisione del processo nel maggio del 1947, un analogo intervento della signora Orsola Del Rio […] ottenne pure a questo condannato, figlio unico di povera vedova, la restituzione in libertà alla madre».

 

 

 



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