L’intervista. Silvio D’Arzo e la sua Reggio: insopportabile, ma mai dimenticata

La libreria Nironi Prandi, in via Crispi a Reggio

Intervista di Glauco Bertani a Carlo Pellacani, autore de “Il figlio di Linda”, biografia di Silvio D’Arzo.

(nella prima foto di copertina la Libreria Prandi negli anni Quaranta, Via Crispi, Reggio Emilia).

Hai da poco pubblicato una biografia su Ezio Comparoni alias Silvio D’Arzo. Il 2020, infatti, è il centenario della nascita dello scrittore reggiano. Si tratta di un libro che, nonostante la sua dimensione, hai realizzato per esigenze celebrative o ci stavi lavorando già da tempo?

La stesura di questo libro è iniziata all’inizio del 2019, quando ho raccolto in un volumetto di novanta pagine il risultato di indagini archivistiche, in uffici comunali e nei registri diocesani, che avevano svelato le origini dello scrittore reggiano, fino a quel momento oggetto di arbitrarie e controverse informazioni. Tale ricerca (“Silvio D’Arzo. Appunti per una biografia”) s’innesta nel filone d’indagine che avevo inaugurato alcuni anni prima con “Silvio D’Arzo, esule nella sua terra”. Ed ha trovato linfa per compiersi nel ponderoso lavoro di analisi sistematica delle genealogie delle famiglie di alcuni paesi della montagna reggiana effettuato da Pier Luigi Ghirelli nel 2016 (“Radici”). Ma l’opera non avrebbe potuto compiersi se negli anni 2011, 2013 e 2015 non avessi collaborato alla raccolta e alla pubblicazione di una settantina di testimonianze inedite e di vari documenti sulla vita di Ezio Comparoni e di sua madre Rosalinda, effettuata con mia figlia Elisa per conto dell’Associazione “Per D’Arzo” (nata nel 2010 su sollecitazione di Luciano Serra che è stato compagno di gioventù e strenuo patrocinatore di studi e ricerche sul lascito poetico del giovane scrittore).

L’autore del libro Carlo Pellacani

… quindi un percorso tutt’altro che improvvisato…

Certo che no. Disponevo, infatti, di ulteriori elementi per effettuare una ricostruzione fedele e veritiera: la conoscenza diretta di persone che avevano condiviso con Comparoni momenti della sua vita. Posso citare Luigi Alpi che nell’ormai lontano 2002 collaborò con me nel realizzare un primo risarcimento della figura dello scrittore e mi ha trasmesso a parole e con alcuni suoi scritti informazioni su fasi importanti della vita di D’Arzo. Oltre a Alpi potrei citare Daniele Piombi, Otello Montanari, Gino Gatti, Aldo Bonferroni, Aurelio Ferrari, Paolo Magnani, Romano Spattini, Sante Macchioni, Sergio Masini, Gino Badini e Anna Maria Ternelli.
Senza di loro, e non potendo disporre delle informazioni di tutti coloro che hanno affidato a quelle pagine i loro ricordi, non avrei potuto ricostruire ogni fase della vita di Ezio Comparoni e di sua madre.
Di più: avrei corso il rischio di effettuare una pedissequa trascrizione di dati e di informazioni che, seppur rilevanti, potevano fornire un ritratto meno umano e credibile, inficiato da un’analisi asettica e impersonale. Ezio Comparoni e sua madre invece meritavano altro: essere compresi e valutati nella loro dimensione caratteriale e per le vicende storico-ambientali con cui hanno dovuto confrontarsi. Allo stesso tempo, ogni fase della loro vita doveva essere contestualizzata, per evidenziare le motivazioni vere che hanno prodotto talune situazioni e per far comprendere al lettore d’oggi il “clima” in base al quale i protagonisti della storia hanno fatto alcune scelte.

Perché, allora, un romanzo e non un saggio, dato che il lavoro che hai fatto è ricco di note e ha l’indice dei nomi citati? Un compromesso? Una scelta che ti ha dato maggior libertà, diciamo, creativa?

Ciò che ti ho detto mostra l’esigenza di disporre di un supporto documentale che potesse accompagnare la vicenda biografica con riferimenti attendibili, senza pregiudicare il ritmo narrativo o l’utilizzo di descrizioni autobiografiche (spesso incastrate come “pietre d’angolo” nell’evolversi della storia) desunte da opere dello stesso scrittore. Non poteva, dunque, avere la forma del saggio, ma piuttosto del “romanzo documentario” come l’ha definito recentemente Antonio Scurati e come si usa per ricostruire fatti e vicende del passato. Essendo ogni momento della storia ampiamente documentato o testimoniato, oppure è improntato da alta verosimiglianza dei gesti o delle situazioni di cui si parla, si riducono a livelli inconsistenti i gradi di arbitrarietà che l’autore può aver inserito in una storia che – com’è stato detto – è comunque un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. La descrizione di comportamenti e di scelte acquisiscono in tal modo un buon grado di rappresentatività degli stati d’animo e trovano una verifica nell’uso massivo di fonti da cui traggono forza contestualizzante ed espressiva.
La si può chiamare libertà creativa, soprattutto quando lo svolgersi della narrazione trova completamento in parti d’invenzione o in sintesi di eventi socio-politici o culturali significativi. Ma, ancora una volta, la verosimiglianza è tale da conferire credibilità alla ricostruzione storica.

Silvio D’Arzo

Ho letto il libro e l’ho apprezzato tanto per la scrittura e l’andamento narrativo complessivo quanto per la meticolosa ricerca che traspare dalle pagine del “Figlio di Linda”. Ti confesso che la prima parte dedicata all’albero genealogico della famiglia lo avrei messo piuttosto alla fine. In medias res… ma è una questione di scelte narrative….

Mi fa piacere che tu abbia apprezzato la lettura, confermando l’opinione espressa dai primi lettori. I quali restano esterrefatti dalla mole di richiami e dalla varietà della loro origine, denotando anche la caratura “non provinciale” dello scrittore reggiano e la sua capacità di interpretare e valutare le situazioni politiche e culturali del suo tempo.
Per quanto riguarda l’indagine genealogica, unica e innovativa in tutti i suoi aspetti, è stata posta all’inizio del romanzo perché essa fornisce una risposta a molti interrogativi sulle origini di Ezio Comparoni e sul dilemma esistenziale che accompagna “Al fiòl dla Lénda” (com’era chiamato affettuosamente D’Arzo dai reggiani che avevano ben presenti le sue origini, i suoi problemi e le sue attese di vita). Addirittura ricostruisco la storia dei suoi antenati, a partire dal 1820, perché è da quelle origini che derivano alcune scelte che il giovane e sua madre effettueranno quando si troveranno a dover gestire la loro vita a Reggio.

Copertina de Il figlio di Linda, biografia di Silvio D’Arzo

Che rapporto c’è fra Reggio e Silvio D’Arzo? E quanto tempo ti ha “rubato” la stesura di questo libro?

Il rapporto di Comparoni/D’Arzo con la sua città è problematico, come avviene sempre quando ci si confronta con realtà circoscritte da parte di chi anela invece a spazi e contatti più vasti. Teniamo poi conto che lo scrittore vive a Reggio in un trentennio drammatico, prima per effetto della Grande Guerra e della tragedia pandemica e sismica, poi per lo svolgersi di un ventennio di negazione delle libertà fondamentali e di lutti e danni per la guerra. Pur fruendo di aiuti e assistenze, e acquisendo lo status privilegiato di docente, dichiarerà esplicitamente che l’ambiente provinciale gli risulta “insopportabile” ma non rinnegherà mai le sue radici, innervandole addirittura nello pseudonimo che utilizzerà per firmare le sue opere. Se tale era la sua posizione nei confronti della dimensione provinciale, non meno cocente sarà il confronto con la terra dove avevano avuto origine i genitori di sua madre: anche in quel caso avvertirà, condividendone la sofferenza con sua madre, di trovarsi in “casa d’altri”.
Non mi hai chiesto informazioni sulla paternità dello scrittore: che il libro, fedele alla volontà manifestata con insistenza dalla madre di D’Arzo, non ha mai rivelato. Il libro non fornisce risposte a tal proposito, e dimostra con quanta perseveranza la madre abbia difeso quel suo “segreto” anche nei momenti in cui avrebbe avuto necessità di maggiori aiuti o di condividere la situazione.
Anche in questo, come per quanto riguarda il controverso evolversi del rapporto amoroso dello scrittore e la soluzione della sua impegnativa leva militare, il libro mantiene una posizione di rispettosa “distanza”, affidando la narrazione soprattutto alle sue parole.
Mi chiedi quanto tempo ho impiegato a scrivere il libro. Posso rispondere che la stesura del manoscritto s’è svolta nell’arco di alcuni mesi, ma fruendo di una messe di informazioni e di stimoli che si è formata nel corso degli anni, a partire dal 2002 quando ho indetto la mia prima iniziativa risarcitoria di Silvio D’Arzo assieme a Luigi Alpi, Luciano Serra e Paolo Briganti. Più che un lasso di tempo circoscritto, il romanzo ha trovato la sua caratura descrittiva nel corso dei tanti incontri e studi che si sono svolti in vent’anni.

1947, Silvio D’Arzo con un amico

Ho letto l’analisi grafologica che reca un apporto inatteso di comprensione dei protagonisti…

Debbo quell’intervento a mia moglie Giovanna che ha svolto tale attività di consulenza e d’indagine peritale fino a pochi anni or sono. Già nel 2002 aveva steso una prima analisi sulla scrittura di Silvio D’Arzo, che ha ripreso e ampliato, accompagnandola a quella sulla scrittura di sua madre Rosalinda. Ne è derivato un con vincente apporto alla comprensione dei caratteri del temperamento dei due protagonisti della storia.
Debbo ringraziare mia moglie, ma anche mia figlia Elisa che in questi anni ha perseguito con determinazione la scelta di attribuire alle opere di Silvio D’Arzo una veste grafica particolarmente curata, interpretando talune situazioni con proprie illustrazioni o addirittura con installazioni come quella raffigurante il Funambolo che – dopo essere stato esposto in Piazza Prampolini e in Piazzale Giovanni Paolo II per alcuni anni – è esposto dall’inizio del 2020 al balcone del Municipio di Montecchio.

Il tuo romanzo è stato indicato fra i possibili concorrenti al Viareggio? Raccontaci le varie fasi di selezione e le tue aspettative…

Sì, il mio romanzo è stato inserito tra le opere da selezionare a cura della giuria del Premio Viareggio. Già questo mi ha gratificato come attestato d’attenzione. Ma non mi aspetto di ottenere una particolare affermazione in quanto la platea dei concorrenti è molto ampia ed agguerrita, e ritengo che in queste occasioni valgano molto le dimensioni del gruppo editoriale che sponsorizza il libro più dei temi trattati.
È comunque già una soddisfazione essere stato selezionato in un evento che nel 1954 rifiutò l’assegnazione di un riconoscimento a “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo, ancorché sponsorizzato da Attilio Bertolucci e Giorgio Bassani.

1951, Ada Gorini: Andando a trovare Ezio all’Ospedale di Modena




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