Le piste che non sono ciclabili

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Condivido le politiche del Comune di Reggio a favore di una mobilità alternativa all’automobile, che sia meno inquinante e meno invasiva degli spazi urbani. Che l’automobile dei meravigliosi spot televisivi in cui si rincorrono strepitose costiere e città avveniristiche regolarmente prive di traffico sia un’illusione da neuro marketing elementare e niente di più, beh, lo sappiamo tutti: basta uscire di casa in orario di punta, mattina e sera, e non ci si capacita delle code interminabili e dei tempi dilatati lungo le principali arterie stradali. In una città di 172mila abitanti, fra l’altro.

Più bici elettriche, servizio di bike sharing, aree pedonali in centro storico, maggiori collegamenti tra centro e periferia. Se aggiungiamo a tutto ciò la repentina, crescente diffusione di monopattini comprendiamo che gli stili di vita nei contesti urbani stanno cambiando più rapidamente di quanto ci aspettassimo.
Il problema, ed è un problema serio al quale a mio parere non si presta la dovuta attenzione, riguarda l’accessibilità e la sicurezza delle molto decantate piste ciclabili e ciclopedonali. Perché siamo sì orgogliosi del primato nazionale su lunghezza ed estensione dei tratti dedicati alle due ruote, ma siamo anche consapevoli che quel primato dimentica il tema della qualità. E la qualità – e di conseguenza la sicurezza e l’accessibilità – è decisiva per chi è interessato e disponibile a lasciare a casa l’automobile e muoversi in bicicletta.

Non so se chi legge queste righe abbia verificato la situazione sul campo. Personalmente sì, e il bilancio che ne ho tratto è sconfortante. Vengono considerati ciclabili i bordi esterni delle strade normalmente pieni di buche, tombini, tratti dissestati. Non c’è alcuna protezione né distanza sufficiente per evitare il rischio di finire sotto una macchina. Solo ieri pomeriggio, alla Canalina, ho visto con i miei occhi un ragazzo in bicicletta finire investito sulle strisce pedonali da un automobilista disattento. È ancora vivo l’amletico dubbio: il ciclista ha la precedenza sulle strisce pedonali? E allora perché ringraziano quando gliela dai?

Dobbiamo essere onesti e sono certo che lo vogliano essere anche le istituzioni. Siamo lontanissimi dalla realizzazione di un contesto urbano adatto a ciclisti e pedoni. Per non dire dei monopattini oggi di gran moda. Ci sono voragini sull’asfalto capaci di far perdere l’equilibrio anche al pilota più esperto. Con un pattino è facile perdere il controllo e farsi male.

Come puoi offrire a un concittadino ben intenzionato l’utilizzo di una cosiddetta “pista ciclabile” quando in realtà le strade sono tuttora intasate dal traffico e per uscire in bici ogni volta devi rischiare l’incolumità tua e degli altri? Ci rendiamo conto che ancora oggi biciclette e monopattini corrono sulle stesse strade dei Tir?
Se davvero il Comune vuole conseguire risultati importanti a favore della mobilità alternativa deve prendere il toro per le corna e finanziare adeguatamente un cambio di strategia: manutenzione straordinaria su tutti i tratti considerati ciclabili, riqualificazione del tracciato viabilistico oggi a livello inaccettabile (non siamo a Roma, va ricordato) e creazione di viabilità esclusiva non accessibile alle automobili, ambulanze a parte.

L’acquisto di mezzi per il bike sharing è grazioso sul piano dell’immagine, ma sul vissuto quotidiano dei cittadini non incide minimamente. Gli amministratori conoscono le realtà nordeuropee in tema di piste ciclabili. Prendano esempio da quelle e abbiano il coraggio di imitarle.




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