Danza, la recensione. Attraversa le stagioni il genio di Maguy

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Entrano in scena dieci personaggi che potrebbero appartenere a una stagione primordiale o a uno scenario post atomico. Sono umani, ma non del tutto: maschere e posture includono la varietà della condizione esistenziale in cui le differenze biologiche si amalgamano negli archetipi fondamentali del vivere: l’incertezza, la paura, la conoscenza di sé, la gioia, la malinconia.

La prima parte di May B, capolavoro senza tempo creato nel 1981 dall’allora trentenne coreografa francese di origini spagnole Maguy Marin, non è solo spettacolo di danza – o, più correttamente, di teatro-danza. È un viaggio dentro se stessi, una seduta di psicoanalisi, una lunga meditazione che pesca dalla letteratura di Samuel Beckett per restituire agli spettatori il senso più autentico del teatro dell’assurdo. Ma anche ridurre all’ispirazione beckettiana l’esplosione di talento di Marin nel costruire percorsi singoli per ciascun personaggio, in una scenografia povera (un muro di legno copre il fondale con due minuscole porte ai lati) e riempita di formidabili invenzioni, dai giochi a due alle rincorse, alle fughe, agli incontri e scontri, sarebbe insufficiente a spiegare come May B abbia segnato un’epoca con oltre 750 repliche in cinque continenti. Il genio della giovanissima Maguy brilla ora come allora, a quarantadue anni di distanza, e consente di allargare la riflessione sul piano storico: cosa rappresentò tra gli anni Settanta e gli Ottanta la grande rottura tra danza e balletto; perché le interpreti di quella stagione furono donne (Pina Bausch su tutte); come fu possibile allora concentrare in un’arte spesso considerata accessoria quale il balletto il significato del pensiero e le aspirazioni dell’Europa occidentale che aveva appena vissuto il declino delle ideologie politiche rivoluzionarie; e l’ambizione di rappresentare la condizione umana nella sua identità misteriosa, inspiegabile ma esplorabile attraverso l’espressione radicale di se stessa.
May B resta tra i capolavori assoluti del secondo Novecento. Marin ha creato molto altro in seguito, ma il vertice della carriera rimane in questa geniale creazione primigenia. Esci dal teatro e, come diceva Battiato, ti senti piccolo dinanzi a tanta grandezza. Congratulazioni al Teatro Regio di Parma e ai Teatri di Reggio, che hanno provato a unire in un unico festival le grandi tradizioni che, con le dovute proporzioni, ne hanno segnato la storia e molti tasselli delle nostre passioni.