Il virus ridimensiona le nostre illusioni

Don Giuseppe Dossetti

“In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Matteo 21,28-32).

Probabilmente, qualcuno di noi protesterà, di fronte a una parola così dura: “Noi abbiamo lavorato nella tua vigna, ci siamo sforzati di obbedire alle tue leggi, almeno a quelle che ci suggeriva la coscienza. Magari potevamo fare qualcosa di più ma, tutto sommato, siamo brave persone. Dov’è che abbiamo mancato?”.

Ci aiuta il riferimento a Giovanni il Battista. Credere a lui, voleva dire riconoscere il proprio limite: questo era più facile per i ladri e le prostitute, che non potevano cercare scuse o attenuanti. La loro vita era indifendibile, né si sentivano in grado di uscire dalla prigionia del loro peccato. Il battesimo di Giovanni voleva essere un’invocazione: l’acqua mi sommerga, muoia l’uomo vecchio, mi sia consentito di ricominciare. Gli osservanti della Legge facilmente cadevano nella presunzione e nella sua conseguenza, il giudizio e il disprezzo per quelli che non erano come loro.

Potrebbe darsi che il virus sia un nuovo Giovanni Battista? Certamente, esso ridimensiona le nostre illusioni di dominio e autosufficienza. Ancora una volta, può insinuarsi la superbia di Adamo. E’ il rischio della fiducia messianica nella scienza e, quando finalmente questo flagello cesserà, ci sentiremo autorizzati a cantare vittoria? Io stimo coloro che il virus lo combattono, medici, infermieri, scienziati, e coloro che cercano di attenuarne le conseguenze, gli uomini della politica e dell’economia. Ma vorrei vedere il loro cuore, se cioè l’incontro con la sofferenza dell’uomo li ha resi più pensosi; se c’è in loro la coscienza che il virus non è un incidente ma è l’evidenza di quel che cerchiamo di tenere nascosto, anzitutto il limite della morte, con la quale dobbiamo fare i conti, già adesso, non all’ultimo momento. Guardare in faccia la morte, vuol dire anche capire quello che è importante e quello che non lo è; a quel punto, diventiamo coscienti di un altro e ben più grave limite, quello del male, che corrompe dentro, che nasce nel cuore dell’uomo e ha conseguenze mortifere come la guerra, la profanazione del creato, l’ingiustizia conseguente all’avidità sfrenata, l’oppressione del povero.

Forse, tanta gente è arrabbiata perché intravvede questo male e non vuole accettare che esista, che i germi siano anche in ciascuno di noi. L’alternativa è affidarsi con umiltà al Padrone della vigna, chiedere a lui di essere guariti, come tutti gli altri.

Ci consola un particolare della parabola: tutti e due i protagonisti sono figli. Possono essere infedeli, pigri, paurosi, forse anche un po’ ipocriti; ma rimangono comunque figli. Dio non ripudia nessuno. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati”, dice san Paolo (1Timoteo 2,4). Accogliamo dunque il richiamo di questo paradossale Giovanni il Battista: il nostro rinnovamento nasce di lì e il frutto è la consolazione e la pace.

 




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