Il virus ci ha portato in un deserto

Don Giuseppe Dossetti

Non so quando potrò riprendere a portare dei pellegrini in Terrasanta. Nel frattempo, leggendo il Vangelo, rivedo con commozione quei luoghi. Fra quelli che mi sono più cari, c’è il deserto. Il deserto di Giuda non è quello sabbioso delle fotografie, ma ci si può abitare; certo, nella povertà di una vita ridotta all’essenziale. Ogni tanto, si incontrano le tende dei beduini o greggi di pecore e capre. In quella solitudine, propongo ai miei pellegrini una sfida. Chiedo loro di deporre tutto quello che può disturbare il silenzio: macchine fotografiche, telefonini, cuffie. Li invito a disperdersi, in modo che non abbiano la tentazione di parlare tra loro. Poi, chiedo se sono capaci di stare in silenzio per venti minuti. Naturalmente, metto la condizione che si sfilino l’orologio, altrimenti lo consulterebbero di continuo. Ebbene, ci sono alcuni che non ci riescono. Ma chi resiste, riceve il dono del deserto che entra in lui, pacificandolo nella purezza di un dialogo con quel Tu, la cui voce viene soffocata dai nostri ritmi cittadini.

Pensavo a questa esperienza, quando ho letto nel Vangelo di questa domenica che Gesù “al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35). E ho pensato che questa pandemia del virus ha portato anche noi in un deserto, nel quale, noi pure, abbiamo paura del silenzio, non scelto ma imposto.

Sono molto contento che questo silenzio sia spesso abitato da voci buone, di amici, di insegnanti, di catechisti; che alle persone costrette in casa sia ricordato, con una telefonata, che qualcuno pensa a loro; che la vita continui, che i ragazzi possano mettersi in contatto tra loro con i social. Però, non trascuriamo quei venti minuti di deserto, magari al mattino presto, come Gesù.

Per Gesù, il dialogo con il Padre è essenziale, è il suo pane: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Possiamo osare qualcosa di più e immaginare il contenuto della sua preghiera. Ne abbiamo almeno due esempi. Nell’Orto degli Ulivi, nella desolazione dell’agonia, egli dice: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice. Però, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). Un’altra volta, invece, egli “esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21). Nell’uno e nell’altro caso, però, la parola che riassume tutto, la gioia e l’angoscia, la speranza e la consegna di sé, è la parola “Padre”, anzi, meglio ancora, “Abbà”, che in aramaico significa padre, ma con un tono di intimità e affetto, come il nostro “papà”.

Ci è consentito di gettare uno sguardo nel cuore di Gesù. Ci sono come due livelli. C’è quello così profondamente umano dei sentimenti, dolore, gioia, paura, speranza. Poi, più in profondità, il dialogo ininterrotto e pacificante con il Dio, il cui nome, in ebraico, significa “Io sono”, io sono il presente, sono l’oggi di un amore che non viene mai meno.

A questo livello più profondo, tuttavia, non si perviene se non si hanno quotidiani, anche se piccoli, spazi di deserto. Lasciare entrare in noi il deserto non è facile, anzi, è spesso necessaria una dolce violenza. Non ci sono modi di attenuare questa fatica e tanti tentativi di “aggiornamento”, di traduzione in termini e immagini attualizzanti, non fanno altro che distrarre. Ai miei pellegrini consento di portare con sé nel deserto solo il Vangelo.

Non dimentichiamo che la preghiera del cristiano è Gesù che prega in noi, per la misteriosa comunione e assimilazione, frutto dello Spirito Santo, che san Paolo descrive così: “E che voi siete figli, lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà, Padre. Quindi non sei più schiavo, ma figlio” (Gal 4,6-7). Così, pian piano, si costruisce anche in noi quel livello profondo di abbandono e confidenza, che permane anche nei momenti più duri della vita e garantisce la serenità anche nelle giornate nelle quali ci disperdiamo in mille impegni. Il Salmo 131 descrive bene questa pace: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, così è in me l’anima mia”.




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