Il Capodanno di sangue a cui siamo abituati

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C’è un modo sereno di dire le cose più dure. Non per attenuarle, ma per renderle ineludibili. La notte di Capodanno, a Crans-Montana, lo ha ricordato con brutalità: una strage improvvisa, assurda, figlia dell’imprudenza e della ritualizzazione del pericolo. Una di quelle tragedie che, appena accadono, vengono archiviate come fatalità. E invece fatalità non sono mai.

In Italia, come ogni anno, la scia dei botti ha lasciato dietro di sé morti, feriti gravi, mutilazioni permanenti. Mani saltate, occhi persi, corpi segnati per sempre. Il bollettino è diventato un rito anch’esso, letto distrattamente tra un brindisi e l’altro, come se facesse parte del pacchetto festivo. Ma non c’è nulla di festivo nel sangue sull’asfalto, né nel dolore che resta quando le luci si spengono.

E poi c’è l’altra notte, quella che non fa notizia: la notte degli animali. Per loro il Capodanno è una catastrofe pura. Cani e gatti terrorizzati, bestiame in fuga, uccelli che si schiantano nel buio, animali che muoiono di infarto per lo stress. Un massacro silenzioso, invisibile, che dice molto di come concepiamo il nostro divertimento: rumoroso, invasivo, indifferente a tutto ciò che non siamo noi.

A colpire è l’insana passione per il botto, il petardo, la bomba. Un’attrazione trasversale, che non conosce età, ma che si aggrava tra i più giovani. Qui il gioco si fa più torbido: il botto diventa sfida, prova di coraggio, gesto identitario. Talvolta anche strumento politico-teppistico, esibizione di forza, occupazione violenta dello spazio pubblico. Non festa, ma dominio.

È una passione antica, primitiva. Il fuoco affascina da sempre: scalda, illumina, distrugge. Ma ciò che distingue la civiltà dalla barbarie non è l’uso del fuoco, bensì il suo controllo. L’intelligenza che sa governare gli istinti, non reprimerli con ipocrisia ma orientarli. Il silenzio non come vuoto, ma come pienezza. La quiete interiore come conquista, non come rinuncia.

Per questo il problema non si risolve solo con i divieti, pure necessari, né con l’ennesima ordinanza aggirata con furbizia. Serve un cambio di mentalità. Servono misure sociali e civili che educhino alla serenità, alla pace, a una festa che non abbia bisogno di esplosioni per esistere. Una festa che sappia essere gioia condivisa, non pericolo diffuso. Raziocinio, finalmente, al posto dell’adrenalina cieca.

C’è anche un conto economico e ambientale, pesantissimo. Milioni bruciati letteralmente in aria. Pulizie straordinarie, danni a beni pubblici e privati, inquinamento chimico e acustico. Aria irrespirabile, città trasformate in campi minati, dove basta uscire di casa per rischiare la vita.

È davvero assurdo che una notte simbolo di rinascita si trasformi, ogni anno, in un esercizio collettivo di incoscienza. Forse la vera rivoluzione, oggi, è scegliere il silenzio quando tutti urlano. Festeggiare senza distruggere. Accogliere l’anno nuovo senza dichiarargli guerra. Serenamente, ma con fermezza. Grazie degli auguri e buon anno.




Ci sono 2 commenti

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  1. paolo

    A dire il vero la guerra non la dichiara più nessuno, e cmq con tutte le misure sociali e civili che educano alla serenità e alla pace prese dai vertici europei ed italiani in questi ultimi anni questo editoriale mi sembra un pochino distopico…🤦‍♂️

  2. Frassino

    “Serve un cambio di mentalità. Servono misure sociali e civili che educhino alla serenità, alla pace, a una festa che non abbia bisogno di esplosioni per esistere.”
    Tutto assolutamente giusto, condivisibile, magistralmente esposto dal Direttore, ma per questa educazione alla pace, alla serenità, siamo sicuri che iniziative come i concerti organizzati dalla RCF, con la tipologia di personaggi che si esibiscono, vadano in questa direzione? dai gestori dei “bar svizzeri”, ai gestori delle masse giovanili dei concerti, l’interesse economico viene prima di ogni “educazione alla pace”. E i politici assecondano, da sinistra a destra, il fascino dei soldi non ha colore politico.


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