Faggin, il padre del microchip, ospite a Reggio

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“Prima [dell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo] l’uomo poteva soltanto sentire come dal proprio essere si formassero i pensieri; dalla fine dell’Ottocento in avanti, egli può elevarsi al di sopra del suo essere; può dirigere il suo senso interiore verso le regioni dello Spirito. Là gli viene incontro Michele che si mostra congiunto fin dai tempi antichi a tutta la vita di pensiero. Egli libera i pensieri dal dominio della testa; apre loro le vie del cuore; proscioglie dall’anima l’entusiasmo, in modo che l’uomo possa dedicare la propria anima a ciò che può venir sperimentato alla luce del pensiero”.

(Rudolf Steiner, 17 agosto 1924)

Questo inizio di autunno, tempo di Michele, ha portato a Reggio Emilia, nel più alto contesto delle istituzioni scientifiche, l’Università (statale, non privata, non confessionale: statale), nel giorno di inaugurazione del corso di laurea in Digital Education (facoltà che rilascia la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, scegliendo tra le figure professionali quelle di educatore psico-sociale, educatore digitale per i contesti socio/sanitari) una specie di leggenda nella storia della recente tecnologia: Federico Faggin, l’inventore del microchip.
Se oggi noi possiamo fare tutto quel che quotidianamente, per lavoro o per svago, facciamo con le tecnologie digitali, lo dobbiamo anche a lui.

Scelta estremamente coraggiosa quella di invitare Faggin, portatore, oggi, di un pensiero radicalmente “altro” rispetto a quello istituzionale, frutto di una crisi intellettuale, una sorta di intuizione improvvisa che prelude ad una svolta di paradigma, successiva al conseguimento dei suoi straordinari successi nel campo della fisica applicata.

Insomma, mi rimane il dubbio che quanto proposto da Faggin, se espresso da un anonimo tecnologo o filosofo, avrebbe potuto trovare ospitalità in un simile ambito. Però Faggin porta con sé un grande valore, che costituisce la forza della sua proposta: ha fatto esperienza concreta (e con successo planetario) del vecchio paradigma, lo conosce meglio di chiunque altro. Si è calato nell’abisso della materia e ne è riemerso trasformato. Per questo oggi non disconosce quanto fatto, anzi lo considera una parte necessaria del lavoro. Nell’ultima fase della sua vita si sta dedicando alla seconda parte, con la stessa passione della gioventù.

Non voglio qui ripetere quelli che sono i contenuti della sua visione, non c’è bisogno di alcuna interpretazione o spiegazione. È sufficiente cercare su YouTube e ciascuno potrà farsi l’idea che preferisce.

Vorrei, invece, portare l’attenzione su due elementi del suo discorso che, personalmente, ritengo dirompenti, disruptive direbbero i tecnologi digitali.

Primo: l’uomo non è solo materia.
Il paradigma “classico” ci propone (e così ci educano) la materia come una combinazione di particelle elementari esprimibile con leggi matematiche e geometriche, le stesse con cui da secoli costruiamo macchine sempre più sofisticate. L’uomo, composto di sostanze materiali, non farebbe eccezione, così come le sue facoltà, tra le quali il pensiero. Ecco allora nascere l’analogia tra il pensiero e il calcolo della macchina, tra l’attività del pensare e quella del calcolare. Ma è veramente così? Faggin sente che qualcosa non torna: se il pensiero è un calcolo, dunque oggetto di possibile codifica, trasmissione e istruzione, come facciamo ad istruire una macchina sul sapore della marmellata di prugne o sulla misurazione del livello di amore che un genitore prova per un figlio? Sono emozioni o sensazioni che nell’uomo durano un istante ma estremamente complesse da codificare, processi mentali, impalpabili, che hanno un oggettivo impatto sulla realtà, esattamente come un pugno o una carezza. Come possono convivere le leggi che spiegano con straordinaria efficacia i fenomeni della fisica “classica” con quelle del nuovo paradigma quantistico?

Un esempio del tutto comprensibile anche a chi, come me, è totalmente a digiuno di fisica, è quello dell’esperimento della doppia fessura.
L’uomo, conclude Faggin, è qualcosa in più della semplice materia che lo costituisce fisicamente, ha qualcosa che una macchina, per quanto veloce sia a computare, non avrà mai: una coscienza, ovvero la capacità di esplorare il mondo con il pensiero e con i sensi e di decidere liberamente come agire. Se rimaniamo nel paradigma classico, una macchina non può essere per logica intrinseca “cosciente”, dunque pensante, dunque libera. Sarà sempre determinata e vincolata da un input introdotto da un programmatore. Sarebbe come dire che esiste dell’acqua asciutta. Nel mondo della fisica classica (e della sua rappresentazione nel linguaggio della logica e della grammatica umana), quello al quale cioè appartiene l’artefatto computer, l’acqua è sempre bagnata.

Secondo: la materia è una creazione della coscienza.
Dunque, abbiamo introdotto un’entità, la coscienza, che nessuna disciplina scientifica in senso “classico” sarebbe mai oggi disposta ad accogliere nel suo statuto. Concetto, quello di coscienza, quanto mai relativo e soggettivo. Che significa in concreto? Cosa indica nel mondo la parola “coscienza”? La scienza è un sapere intersoggettivo poiché i suoi procedimenti sono pubblici e accessibili a tutti e le sue scoperte sono controllabili in linea di principio da ognuno. La coscienza è sempre la “propria coscienza”, così come, ad esempio, il dolore è solo mio.
Per superare la minaccia del relativismo soggettivo è necessario un cambio di paradigma.
Siamo abituati (così ci educano) a pensare allo spazio e al tempo come elementi assoluti, requisiti di uno scenario che esiste indipendentemente dall’uomo che lo abita.
Il quesito filosofico è noto: l’albero che cade in una foresta dove nessuno sia presente (né uomo né animale) fa rumore o no?

No, non fa rumore. Perché faccia rumore deve essere presente un essere dotato di coscienza: attraverso apparati uditivi sani e funzionanti, le vibrazioni dell’aria emesse dallo schianto genereranno nella coscienza dell’uditore il fenomeno del rumore. Quale manifestazione avrà il rumore dipende dall’evoluzione della coscienza (e dunque dei sensi e del pensiero) dell’uditore: un cavallo lo interpreterà probabilmente come un pericolo e per istinto fuggirà; un uomo, che non dovrebbe essere guidato dagli istinti ma dalla ragione, magari calcolerà la distanza dell’evento dall’intensità del suono e deciderà (liberamente) di rimanere fermo, perché non reputerà pericoloso il fenomeno.

Faggin (e la fisica quantistica con lui) ci indica una cosa che può sembrare bizzarra, quasi magica: è l’uomo che “crea” la materia, attraverso l’attività collaborativa e cosciente di sensi e pensiero.

Ovviamente le cose “là fuori” ci sono, indipendentemente dall’uomo che le conosce, ma senza l’uomo che le rappresenta nella sua coscienza secondo un processo di pensiero logico e razionale, non passerebbero mai dall’essere alla manifestazione. E la manifestazione dell’essere attualmente più evoluta è quella che, tramite i sensi, passa dalla coscienza dell’uomo che può “lavorarla” (evidentemente meglio di qualsiasi animale) con la propria attività pensante.
Non esiste un palcoscenico dato, esterno all’uomo, una sorta di “scena del crimine” in cui l’uomo entra come i detective di CSI incartati nelle loro tute bianche per non contaminare la scena. La scena non esiste senza l’uomo che, per il solo fatto di aprire gli occhi o le orecchie, di fatto già la “contamina”. Il palcoscenico è, al contrario, interno all’uomo, cioè la sua coscienza, dove l’attività pensante organizza l’esperienza dei sensi.

Questa visione conferisce all’uomo una dignità nuova e una responsabilità straordinaria. L’uomo non è più considerato un animale come gli altri (non è un animale proprio, ma questo sarebbe un altro discorso), non è un granellino di polvere disperso nell’universo, gettato in un mondo senza senso. L’uomo, grazie alla sua attività pensante, grazie alla sua coscienza, è chiamato a conquistare gradi progressivi di libertà solo attraverso la progressiva conoscenza delle leggi del mondo che abita. Conoscendole contribuisce, con la natura, a dare al mondo una forma. È partecipe, alleato e continuatore del lavoro della natura, pur essendo, nella sua essenza spirituale, separato dalla natura. La natura è, infatti, il regno della necessità, tutto accade secondo leggi ferree. Solo l’uomo si affranca dalla necessità tramite il pensare. Solo nel pensare l’uomo è, infatti, pienamente libero.

Le cose passano dall’essere all’esistere solo quando l’uomo le conosce, quando le nomina, quando cioè le porta a manifestazione nella sua coscienza e ne ricongiunge i lembi separati dall’esperienza dei sensi e dall’attività di pensiero. Realtà e conoscenza sono due aspetti del medesimo atto. Tutte le altre forme di conoscenza sono spettri di conoscenza, così come l’intelligenza artificiale non è altro che una caricatura, infinitamente meno potente, di quella umana. La nostra libertà consiste precisamente nell’elaborare e far emergere i contenuti ideali che siamo in grado di intuire con la nostra coscienza e renderli motivi del nostro agire. Non esiste, non si dà, una morale esterna, oggettiva, già costituita o rivelata. L’uomo veramente libero trova in sé, tramite esperienza e pensiero, le motivazioni del proprio agire. Non è, infatti, un caso che il genio del linguaggio abbia legato la dimensione morale a quella conoscitiva, ad esempio nella parola “coscienzioso”.

Veniamo quindi alla conclusione e ai punti problematici che questo nuovo paradigma genera. Quale percorso educativo, quali strumenti, quali metodi darci per studiare scientificamente il mondo della coscienza? Questa neonata “scienza della coscienza” (altrimenti detta “dello Spirito” o “dell’Io”) quali strumenti di lavoro dovrà darsi? Se nel paradigma della fisica “classica” l’uomo si è costruito un apparato tecnico, funzionale a conoscere rimanendo nei limiti di quel paradigma (che oggi a buona ragione possiamo chiamare “materialistico”), quale pedagogia, metodi e strumenti dovrà darsi se il paradigma cambia? Mentre nel perimetro del paradigma “classico” abbiamo inventato microscopi, telescopi, sistemi di misurazione di peso, estensione e quantità, metodologie riduzionistiche e pensiero analitico che funzionano perfettamente con la materia inerte e ci hanno fatto conseguire eccezionali risultati in molti campi, se cambiamo paradigma, usciamo dal materialismo e riconosciamo piena cittadinanza alla coscienza e allo spirito, non possiamo pretendere di esplorare questo nuovo mondo con gli strumenti del vecchio.
Servono pedagogie, strumenti, metodi nuovi. Ancora magari non pensati ma non per questo non necessari.

Alla mia domanda specifica su questo punto, Federico Faggin non ha avuto dubbi: “Uno strumento è la meditazione”, una attività di osservazione oggettiva del pensiero molto vicina a quegli esercizi spirituali di diversa tradizione che solitamente vengono relegati all’ambito religioso, non certamente a quello conoscitivo.

Non esistono metodi o tecniche conosciute per compiere questa nuova navigazione in totale sicurezza e comunque l’uomo contemporaneo non si accontenta più di acquistare in scatola chiusa pietanze precotte, come sono i catechismi, le morali normative o le grandi ideologie. I maestri delle tradizioni spirituali conducono l’uomo alle pendici della montagna dello Spirito dotandolo di uno zaino con qualche piccozza e un po’ di cibo: dopodiché è l’uomo che deve trovare in sé stesso le motivazioni, la volontà e gli strumenti per affrontare la scalata.
In questo nuovo paradigma lo strumento di evoluzione dell’uomo è l’uomo stesso.

Un sistema scientifico e formativo che voglia guardare al futuro e preparare al meglio chi dovrà educare le persone o lavorare con le persone per aiutarle ad esprimere la propria potenzialità anche in condizioni di fragilità, non può ignorare questa indicazione precisa. E lo strumento più idoneo, come abbiamo visto, non potrà essere digitale, strumento eccezionale e necessario, ma per esplorare la dimensione fisica e materiale dell’uomo, la dimensione cadaverica verrebbe da dire.
Per tutto ciò che riguarda la vita serve altro, servono incontri di coscienze attive, un pensare agile e una tecnica morale nuova, fuori dagli schemi soliti. Forse un pensare artistico, una fantasia esatta.

Sarebbe importante non smarrire questo coraggio appena dimostrato.




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