A Reggio Emilia è in corso una battaglia per salvare quello che gli attivisti hanno chiamato Bosco Ospizio. Da giorni un presidio occupa l’area sulla via Emilia dove Conad, proprietaria dei terreni e titolare dei permessi, può iniziare i lavori per costruire una nuova struttura commerciale. Il sindaco, espressione del Pd, cerca una mediazione. Il confronto prosegue.
Conosco quell’area da quando ero ragazzo. Accanto alla struttura che ospitava gli anziani aprì una biblioteca pubblica che frequentavo. Non era un bosco e non era campagna. Era città. Gli edifici sono stati demoliti, gli anni sono passati e la natura si è ripresa lo spazio lasciato libero. Sono cresciuti alberi e vegetazione. Sul piano urbanistico quell’area è rimasta ciò che era: edificabile. Il Comune non la considera un bosco e il Tar non ha accolto la richiesta di fermare i lavori.
Gli alberi hanno un valore. Anche le leggi. Si possono contestare le scelte urbanistiche, chiedere di cambiarle, sostenere che oggi una città abbia bisogno di più verde di quanto prevedessero i piani di molti anni fa. Ma una proprietà legittima e un diritto a costruire non scompaiono perché nel frattempo la natura ha occupato lo spazio. Lo Stato di diritto vale anche quando le regole producono effetti che non condividiamo.
Al presidio è comparsa una scritta: «Abbasso il capitalismo di sinistra». La trovo illuminante. Il capitalismo di sinistra non è una categoria urbanistica e neppure botanica. La sua comparsa in una battaglia per salvare degli alberi racconta quanto in fretta l’ambiente possa diventare il contenitore di un conflitto ideologico che esisteva prima.
È accaduto con la Tav e accade con strade, impianti energetici, elettrodotti, trasformazioni urbane. Ogni protesta va giudicata nel merito. Ma quando il No precede l’oggetto al quale si applica, l’ambiente diventa una bandiera. L’ecologia è altro. È conoscenza delle relazioni. Per occuparsi di ambiente bisogna conoscere energia, suolo, acqua, agricoltura, alimentazione, città. Bisogna misurare gli effetti delle decisioni, confrontare alternative, accettare che i fatti possano contraddire le convinzioni. E bisogna includere nell’analisi un soggetto che nelle proteste tende a scomparire: noi stessi.
Abbiamo sviluppato un’ecologia dell’esterno. Difendiamo gli alberi, denunciamo il consumo di suolo, combattiamo l’inquinamento, chiediamo alle imprese di cambiare. Molto meno sviluppata è l’ecologia di sé. Il cibo ne è la prova.
Possiamo discutere per settimane della destinazione di qualche ettaro e ignorare come vengono coltivati milioni di ettari dai quali proviene ciò che mangiamo. Possiamo difendere la biodiversità e disinteressarci delle sostanze impiegate in agricoltura. Possiamo contestare il profitto di un supermercato senza domandarci che cosa mettiamo nel carrello. Il biologico è migliore dell’agricoltura convenzionale perché assume come principio la tutela del suolo, della biodiversità e degli equilibri naturali, limitando la chimica di sintesi. Non è una moda alimentare. È una scelta ambientale.
Poi ci sono gli allevamenti intensivi, il consumo di acqua e suolo, il benessere animale, gli alimenti ultraprocessati, il marketing costruito per aumentare i consumi. Non sono capitoli laterali dell’ambientalismo. Sono ambiente. E sono salute.
La politica parla molto di sanità e molto meno di salute. Non sono sinonimi. La sanità cura. La salute si costruisce prima: nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel cibo, nel movimento, nel sonno, nelle condizioni materiali della vita. Spendiamo miliardi quando questo equilibrio si rompe e molto meno per costruirlo.
Qui la questione ambientale cambia prospettiva. Non si può chiedere sostenibilità al mondo e considerare insindacabile il proprio modo di vivere.
Questo non significa scaricare sull’individuo le responsabilità della politica e delle imprese. Il profitto è necessario alla vita di un’impresa, ma non deve esserne l’unica misura. Le società benefit lo dimostrano: inseriscono nello statuto, accanto all’obiettivo economico, finalità di beneficio comune verso persone, comunità, territorio e ambiente. È capitalismo anche questo. Ed è una risposta più interessante dello slogan «Abbasso il capitalismo».
Il Novecento ci ha abituati a scegliere tra profitto e bene comune. Oggi dovremmo pretendere dalle imprese la capacità di produrre il primo senza consumare il secondo. Un prezzo basso alla cassa può nascondere un costo alto nel suolo, nell’acqua, nella salute, nella vita degli animali. Il mercato misura il prezzo. Non sempre misura il valore e non misura da solo il danno. Per questo servono regole, ricerca, competenza. Serve politica.
Ma serve anche qualcosa che la politica non può imporre per decreto: consapevolezza. Qui sta il limite di un ambientalismo ridotto a ideologia. Guarda il mondo da una posizione morale già acquisita e individua chi deve cambiare: l’impresa, il Comune, il governo, il capitalismo. La coscienza ecologica comincia quando il soggetto rinuncia a considerarsi fuori dal problema.
Prima di definirsi ambientalisti occorrono conoscenza, competenza ed esperienza. Occorre anche applicare a se stessi il principio che si pretende dagli altri: assumere la responsabilità delle conseguenze.
Perché l’equivoco nasce da lontano. Abbiamo pensato la natura come qualcosa che ci sta davanti. Noi da una parte, l’ambiente dall’altra. Da questa separazione sono nate due illusioni opposte: poter sfruttare il mondo senza pagarne il prezzo e poterlo salvare senza cambiare noi stessi.
Sono lo stesso errore.
Non siamo spettatori della natura. Ne siamo parte. L’ecologia non è una posizione politica dalla quale giudicare il mondo. È conoscenza delle relazioni che rendono possibile la vita. Richiede scienza per comprenderle, politica per governarle, etica per stabilire i limiti che siamo disposti a imporre anche a noi stessi.
La cura del pianeta non comincia dagli altri.
Comincia dalla cura di sé.






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