Le ruspe possono abbattere gli alberi. Non possono cancellare la consapevolezza che intorno a quegli alberi è cresciuta. La vicenda di Bosco Ospizio ha superato i confini di Reggio Emilia, assumendo un valore simbolico e politico nazionale, con una domanda che attraversa città e paesi: quale idea di progresso vogliamo, e quale prezzo siamo disposti a pagare. Va oltre il contrasto sul supermercato, le divisioni del quartiere e le ambiguità dell’amministrazione. Ha portato alla luce una sensibilità che la politica fatica a comprendere. Tra i giovani, ma anche fuori dai confini delle generazioni, la qualità dell’ambiente in cui viviamo sta diventando una questione personale. Tocca la salute, il tempo, il significato che diamo alla nostra esistenza.
Liquidare tutto con una sigla, una protesta contro il cemento o il solito conflitto tra sviluppo e conservazione significa perdere il punto. La parola ambientalismo, che ha avuto grandi meriti, comincia a stare stretta a ciò che sta maturando. Definisce una posizione, un movimento, un settore del dibattito pubblico. Qui si intravede un cambiamento più profondo. Una mutazione antropologica, prima ancora che culturale: riconoscersi parte dell’ecosistema, smettere di considerare la natura uno scenario esterno, disponibile per i nostri progetti. Essere ambiente. Essere mondo, essere vita.
Un albero urbano, in questa prospettiva, acquista un valore che nessun rendering può esaurire. Produce ombra, attenua il caldo, ospita altre forme di vita, modifica l’esperienza quotidiana di una strada. Il suo valore comprende anche ciò che non passa da una cassa. E una città progredisce quando sa accrescere queste possibilità insieme al lavoro, ai servizi, alla ricchezza. Contare i metri quadrati costruiti è facile. Capire che cosa migliorano richiede una classe dirigente.
Questo cambiamento non chiede di dichiarare guerra alla tecnologia. Una parte dell’ambientalismo indulge nella nostalgia, soprattutto tra chi idealizza un passato dal quale avrebbe avuto buone ragioni per fuggire. Altre pulsioni trasformano la tutela della natura in un tribunale contro ogni attività umana. Sono vicoli ciechi. La tecnologia è uno degli strumenti più potenti di cui disponiamo per ridurre i danni prodotti dal nostro sviluppo: energia pulita, processi industriali meno inquinanti, recupero dei materiali, agricoltura di precisione. Occorre orientare l’innovazione, investire, scegliere. Anche rinunciare a un progetto quando una soluzione migliore è possibile. Il progresso deve saper cambiare strada.
Il cambiamento climatico rende questa responsabilità urgente. Politica, industria e ricerca hanno bisogno di visione e coraggio, perché continuare ad applicare le risposte di ieri ai problemi di domani è una forma costosa di immobilismo. Ma nessuna delibera può sostituire la consapevolezza individuale. Essere ambiente riguarda anche ciò che compriamo, come ci muoviamo, che cosa mangiamo, il modo in cui trattiamo il corpo che ci è dato. La responsabilità pubblica e quella personale si sostengono. Usare l’una per sottrarsi all’altra è un alibi.
Tra i giovani si osservano segnali interessanti. Accanto alla cultura dello sballo prendono spazio forme di socialità che cercano altro: incontri di giorno, musica senza l’obbligo di ubriacarsi, il desiderio di svegliarsi e avere ancora una giornata davanti. Il divertimento può guadagnare libertà quando smette di esigere il giorno successivo come risarcimento. Cresce anche l’attenzione al cibo, alla sua origine, alla qualità degli ingredienti. Tendenze ancora contraddittorie, esposte alle mode e al mercato, ma capaci di esprimere una domanda precisa: vivere meglio.
L’alimentazione è uno dei primi luoghi in cui questa consapevolezza diventa concreta. Mangiare significa entrare ogni giorno in rapporto con la terra, l’acqua, il lavoro, gli altri esseri viventi. Rispettare il proprio corpo e rispettare l’ambiente diventano gesti della stessa cura. Senza catechismi, senza gare di purezza, senza trasformare ogni pranzo in una dichiarazione ideologica.
Dopo Bosco Ospizio, una politica all’altezza dovrebbe interrogarsi su ciò che quella mobilitazione ha rivelato. Ascoltare richiede più intelligenza che classificare i manifestanti e aspettare che tornino a casa. Sotto le proteste, sotto le contraddizioni, sta prendendo forma un diverso modo di abitare il mondo. Chi governa dovrebbe riconoscerlo. Perché il futuro di una città si misura anche dalla vita che riesce a custodire.






Buongiorno, concordo con quanto scritto da Lei Dott. Fangareggi. Certamente Bosco Ospizio mette in evidenza un problema e un tema che va oltre lo specifico di quel bosco, certamente degradato ma volendo riqualificabile e potenzialmente usufruibile.
Mette in evidenza e in discussione i rapporti di una Amministrazione Pubblica con il privato a cui lascia l’ iniziativa e il cambiamento della città dandogli copertura con la narrazione di servizi per la comunità che potevano essere creati in altro modo (uno per tutti clamorosamente evidente: i vari edifici del San lazzaro disponibili all’uopo); per continuare con la prossima urbanizzazione sempre ad opera di Campani Group di fronte al Conad le Querce, e con i magazzini per la logistica a Gavassa su un terreno agricolo che in deroga alla legge regionale divenne edificabile per la Silk Faw rivelatosi poi un “clamoroso pacco”. Non mi paiono esempi di un modo nuovo di gestire il problema ambientale, e credo che su questo possano concordare anche coloro che criticano gli attivisti di Bosco ospizio
“Altre pulsioni trasformano la tutela della natura in un tribunale contro ogni attività umana.”. Definire “bosco” un’area precedentemente occupata da edifici e manufatti (casa di riposo, biblioteca e altri uffici pubblici), abbandonata da decenni e progressivamente occupata dalla vegetazione spontanea, da fauna non compatibile con un ambiente urbano altamente antropizzato e ricettacolo di cosiddetta microcriminalità, ritengo che sia un tassello non secondario di quel sistema di pulsioni che lei indica. Pulsioni, per definizione, irrazionali e che, come accade in altri analoghi contesti conflittuali (caso eclatante e paradigmatico di questo retroterra umano e ideologico, anche per la dimensione degli atti criminali che periodicamente vi si consumano da anni, è quello della Val di Susa), rendono ogni possibilità di confronto civile di fatto impossibile. Le sollecitazioni che lei pone meriterebbero, anzi richiederebbero, di essere affrontate in modo appropriato e ragionevole, a partire dal rispetto delle leggi e delle norme di rispetto del prossimo, per cui non vedo come si possa ragionare con chi, ad esempio, si arroga il diritto di bloccare la Via Emilia, impedendo a centinaia di cittadini di muoversi e di recarsi al lavoro liberamente, di violare proprietà private e di impedire fisicamente l’esecuzione di lavori legittimi e autorizzati. Questi comportamenti incivili e illegittimi, tra l’altro , depotenziano fortemente le possibilità di elaborazione di percorsi fondati e autorevoli di critica nei confronti dell’amministrazione. La ringrazio per l’invito ad alzare il livello del confronto, anche se devo confessare che spero poco in un suo felice esito