Democrazia, malato terminale

referendum voto seggio schede – IG

La democrazia rappresentativa è malata. Non di un malanno passeggero, ma di una patologia degenerativa: l’astensione.

Ogni tornata elettorale, i partiti e i media si compiacciono dei risultati “percentuali” come se bastassero a mascherare la realtà. Si discute se Tizio abbia preso il 32 o il 34 per cento, se Caio abbia sfondato in una regione o perso in un comune. Tutti fingono di ignorare la verità più grande, più semplice e più drammatica: vota meno di metà del Paese. E quel “meno di metà” non è una statistica: è un atto d’accusa. Un’elezione regionale con un’affluenza sotto il 50% dovrebbe essere dichiarata nulla, o almeno politicamente indecente.

Ma nulla accade. I vincitori brindano, gli sconfitti analizzano, i commentatori chiosano, e intanto il primo partito d’Italia – quello dell’astensione – resta fuori da ogni Parlamento. È un partito silenzioso, vasto, diffuso, senza tessere né leader, ma con un sentimento comune: la sfiducia. Sfiducia nei confronti della politica, dei partiti ridotti a comitati elettorali, dei talk show dove si recitano copioni stanchi, dei giornali che campano grazie ai finanziamenti diretti o indiretti del potere. Se si tagliasse la linfa politica ai media, più della metà chiuderebbe in quarantotto ore. E così, in un tacito patto di mutua sopravvivenza, la crisi della rappresentanza si trasforma in un tabù da non nominare.

Ma la verità è che il cittadino medio non è più distratto: è deluso. Ha smesso di credere al teatrino, di seguire i riti di una classe dirigente che vive di se stessa e per se stessa. Non è più il popolo che si lascia trascinare: è una comunità che si è ritirata in silenzio, con una consapevolezza nuova e amara. Questa non è più semplice disaffezione: è un distacco morale. L’elettore guarda la politica come si guarda una vecchia commedia di provincia, dove tutti conoscono la trama e nessuno ride più.

Il logos democratico si sta spegnendo, lentamente, inesorabilmente. E nessuna riforma, nessuna legge elettorale, nessuna trovata comunicativa potrà salvarlo finché chi lo ha infettato — un ceto politico infestato da carrierismi e autoreferenzialità — resterà al suo posto, a parlare tra sé, convinto di rappresentare ancora qualcuno. La democrazia, oggi, non è in crisi di consenso. È in crisi di credibilità. E senza credibilità, il voto diventa rito vuoto, percentuale senza popolo, cifra senza significato. Un esercizio statistico per un sistema che non rappresenta più nessuno.




C'è 1 Commento

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  1. kursk

    Va benissimo cosi’ (modalita’ eufemismo = ON).
    Il non voto e la disaffezione dalla politica partecipata e’ un’altro pezzo del puzzle che si incastra nel percorso intrapreso dall’Eurabia…e quando saremo minoranza, tutti sotto l’egida della Sharia, le percentuali dei votanti non saranno piu’ argomento di discussione.


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