Vittorio Sgarbi: con Nerone è morto ancora Ligabue

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di Vittorio Sgarbi

Viveva Ligabue, più che nei film e nei bravi attori che lo hanno interpretato, nel cuore, nella vita e nell’opera di Nerone, deciso a riscattarlo a partire dal nome potente e minaccioso. Non era un erede, non un allievo, per la naturale incompatibilità di Ligabue con una scuola; ne era una reincarnazione, più misurata, più contenuta, nonostante il nome. Nerone aveva lo stesso sangue, e respirava la stessa aria, attraversava la stessa nebbia di Ligabue, ne aveva umidi i capelli. I suoi colori avevano gli stessi sapori dei tanti modi di essere del maiale, animale poco dipinto da Ligabue, ma sempre presente e convivente nella campagna padana. Umori, passioni, sapori, colori, forza del fiume sono i medesimi. E oggi, con Nerone, è morto ancora Ligabue, si è ulteriormente allontanato dal nostro modo di vivere il rapporto vero e profondo con la natura, declinando dal profumo dei concimi alle pale eoliche e alla grottesca “transizione ecologica”.

Ma il fiume è sempre lì, con la sua forza, con la sopravvivente vita contadina. Nerone nasce nel 1939 a Villarotta di Luzzara da una famiglia povera con un padre violento e con gravissimi problemi d’alcool. È durante il periodo doloroso per la perdita del lavoro, e la dipendenza etilica, che incontra Ligabue, del quale è l’ultimo autista prima della morte. Dall’incontro nasce la voglia di comunicare emozioni attraverso la pittura.  Inizia, quindi, a dipingere verso i trent’anni ed è notato da Davide Lajolo, scrittore e amico di Cesare Pavese, che lo sostiene e lo spinge a smettere di bere. Nerone inizia a dipingere animali dallo sguardo atterrito, con le fauci spalancate e gli artigli affilati, bestie feroci, belve fameliche che in realtà sono l’espressione del disagio, della sofferenza di anni di difficoltà. Ma anche campi pieni di sole, luce che si accende anche sulla natura offesa dal falso progresso. Arriva a essere riconosciuto anche in America.

Si fa persino astratto, ma il suo vigore è intatto. Sembra allontanarsi dalla realtà vissuta per esprimere una pittura informale con smalti di colori forti e decisi. L’amicizia di Augusto Agosta Tota, primo promotore di Ligabue, riporta Nerone a una verità dell’arte dentro la vita. Lo stesso artista se ne mostra cosciente parlando di lui come parlasse di sè: “Non credo ai critici e agli scrittori che hanno parlato della follia inventiva di Ligabue e che tutto quello che faceva usciva dall’inconscio, ma credo nella sua meditazione, nella sua solitudine, nel suo spirito di osservazione, nella sua infinita sensibilità, e credo che in queste cose abbia trovato l’arma per difendersi e per comunicare, perché con le parole non ci riusciva, ché sarebbe stato molto più facile giostrare con le parole che con i colori, se lo avessero ascoltato”.

Ora ci mancherà la sua pittura forte come la natura, ci mancheranno i suoi cieli rossi, i suoi galli in lotta, i suoi fiotti di lava, le sue notti. Nerone trascinerà con sè Ligabue dentro la Storia. E a noi resterà una infinita malinconia.



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