Carlo Pellacani, ‘Il figlio di Linda’

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Silvio D’Arzo, alias Ezio Comparoni. Quando il Direttore mi ha proposto di recensire (fatto rarissimo) il romanzo biografico di Pellacani sullo scrittore reggiano, ho accettato con riserva mentale. E se dovessi parlarne male? «Scrivi quello che vuoi», mi dice. Il mio imbarazzo, in ogni caso, era evidente. Non solo per la mia scarsa curiosità verso le produzioni locali… È che conosco molto bene l’autore.

Ma alla fine, come si era riproposto il Teatro Instabile di Gualtieri di promuovere «un’operazione di diffusione clandestina» affiggendo «sui muri della città brani delle sue opere e leggendone stralci per le vie, su mezzi pubblici…», lo spirito di Comparoni ha soffiato anche in me grazie alla «spinta gentile» ricevuta.

Il merito, però, va alla scrittura dell’autore che ha reso il romanzo – basato su «fonti storiche attendibili» come ci avverte nella prefazione Pellacani – di godibile lettura. Per ovviare a certi “vuoti”, ha preso a prestito frasi tratte anche dalle opere di Comparoni. Come quando descrive il percorso del carro funebre che trasporta il feretro del giovane scrittore, morto il 30 gennaio 1952, in una giornata fredda e umida, dalla chiesa di San Francesco al cimitero monumentale: «Tutto è pioggia: vie, tetti, persone. Si è quasi persa la nozione del sole, e si teme quasi che non basterà poi, da solo, ad asciugare tutta l’acqua sulla terra». Oppure quando la madre Linda (Rosalinda) e la sorella Ida insieme a Ezio tornano a Cerreto Alpi, paese d’origine dei Comparoni. Qui trovano negli abitanti un’ostilità dovuta all’“irregolarità” della famiglia. Il padre era sconosciuto. «“Sente quello che i ragazzi dicono di suo padre (e perfino di sua madre qualcheduno)” e “pensa in quei momenti di essere solo e che tutta quella gente sia cieca o lontana, in altri mondi, o che anche magari lo sfiori, passando di sfuggita, ma senza minimamente accorgersene o scoprirlo”».

In questo passo, tratto da “Essi pensano ad altro”, emerge tutto il travaglio esistenziale che ha accompagnato la vita di Comparoni, spesso mimetizzata nei numerosi pseudonimi usati come un Proteus moderno. Emblematico il rapporto di amicizia/professionale con l’editore fiorentino Vallecchi che, nel 1942, ha pubblicato “All’insegna del Buon Corsiero”.
Se all’inizio, questa scelta mi ha lasciato perplesso, nel corso della lettura ho mutato parere cogliendo, così mi pare, la volontà dell’autore, grande conoscitore di D’Arzo, di valorizzare le capacità descrittive e la prosa immaginifica e profonda dello scrittore.

Carlo Pellacani

Le prime pagine del romanzo partono, dal 1820, a Cerreto Alpi, e ricostruiscono l’albero genealogico della famiglia Comparoni fino al trasferimento di alcuni figli di Andrea a Reggio Emilia, da cui discenderà Enzo. Il romanzo ha uno svolgimento cronologico lineare e questa parte del romanzo è quella, per me, meno avvincente, anche se ci restituisce un bello spaccato socio-economico-urbanistico dell’Appennino e della Reggio ottocenteschi. Io l’avrei vista meglio, eventualmente, alla fine. In media res. Comunque, con l’autore, che segue poi la vita di Linda fino alla nascita di Enzo (6 febbraio 1920), assistiamo all’apertura del primo cinematografo, il Radium, dove la ragazza ha lavorato fin dopo la nascita del figlio; agli sviluppi del socialismo reggiano, con i riferimenti ai suoi personaggi più importanti (uno dei quali amico intimo di Linda); alle ripercussioni della prima guerra mondiale; agli effetti della “Spagnola” e del terremoto in Appennino; alla conquista del potere e della società reggiana da parte del fascismo.

Con la nascita di Enzo, e la sua tribolata vita familiare dovuta alle precarie condizioni economiche e psicologiche, e il suo farsi adolescente e poi adulto, Pellacani ci accompagna a scoprire la vita culturale di Reggio Emilia e i suoi protagonisti che hanno incrociato D’Arzo dagli anni Trenta fino alla sua morte. Un autore formatosi, va sottolineato, non solo accostandosi alla letteratura nazionale contemporanea (Cesare Zavattini o Federigo Tozzi), ma in modo significativo divorando scrittori come Stevenson, Hemingway, ecc. Tutt’altro che provinciale.

Chiude il volume, ricco di note, più di mille, una “incuriosente” analisi grafologica di Giovanni Malanca.

Mi fermo qui, anche se molto altro ci sarebbe da ricordare – come la sua fuga dal treno, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che lo avrebbe portato prigioniero in Germania – in questo denso romanzo biografico, corredato, fra l’altro, da diverse fotografie.
La miglior cosa è leggerlo.

Si ringrazia la Libreria del Teatro, via Crispi 6, Reggio Emilia

La vita breve di Silvio D’Arzo, Consulta librieprogetti, Reggio Emilia 2020, pp. 524, 23,00 euro (recensione di Glauco Bertani).

Colonna sonora:

LUCIO BATTISTI, Balla Linda

LUCIO BATTISTI, I giardini di marzo

FRANCESCO DE GREGORI, Il Bandito e il Campione

BOB DYLAN, Beyond The Horizon

24 GRANA, Nun me movo mai

FRANCESCO GUCCINI, Piccola città

MARLENE KUNTZ, Impressioni di settembre

C.S.I., E ti vengo a cercare [Live 1996]

I nostri voti


Stile narrativo
6.5
Tematica
7.5
Potenzialità di mercato
7




Ci sono 2 commenti

Partecipa anche tu
  1. Mario Cocconcelli

    Trovo l’iniziativa interessante e ben riuscita per fare conoscere un rappresentante della cultura Reggiana originale è sicuramente degno di maggiore notorietà . Interessante è stata la Mostra alla Panizzi dello scorso annno. Mario cocconcelli

  2. Carlo Pellacani

    Ringrazio Nicola Fangareggi e Glauco Bertani per la convincente recensione della mia ricostruzione della storia personale di Ezio Comparoni, alias Silvio D’Arzo, nel centenario della nascita dello scrittore reggiano. Concordo con le valutazioni espresse, che sembrano tenere conto del tentativo (supportato da documenti inoppugnabili e dalle citazioni autobiografiche dello stesso scrittore oltre che dei ricordi di una settantina di testimoni-amici) di ricondurre a verità una storia personale finora non considerata da tutti gli storici-critici che si sono interessati di D’Arzo. D’ora innanzi, se non altro, potremo citare come vera e attendibile la nascita a Reggio della madre di D’Arzo e la reggianità dello scrittore, lasciando a più remote ascendenze influssi che ha tradotto in una sua opera così come ha utilizzato ambienti e personaggi di Reggio, Bologna, Parma e delle aree prossime al Po per altre opere.
    Il libro rappresenta un contributo alla verità, espresso non come celebrazione ma come risarcimento della memoria e come strumento di apprezzamento e di conoscenza di un protagonista d’eccezione della Reggio del Novecento.


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