Carlo Baldi: le sue visioni, le sue utopie e quello che resta da fare (di Guido Prati)

Guido Prati – GP

Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale questo intervento di Guido Prati, presidente dello studio Baldi Prati Partners S.t.P.

 

Quando ero studente, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, leggevo sui giornali delle operazioni professionali e delle iniziative civiche che portava avanti Carlo Baldi. Si parlava dell’Università, dei borsini locali, delle tante sfide nelle quali aveva deciso di impegnarsi. Leggevo tutto quello che riuscivo a trovare e dentro di me avevo maturato una convinzione molto semplice: “Io devo andare a lavorare con quest’uomo”.

E così è stato.

Ho avuto il privilegio di condividere con Carlo circa trent’anni di vita professionale e anche una parte molto importante della mia vita personale e familiare.

Oggi, insieme a Francesca Baldi, mi trovo a guidare lo Studio che Carlo ha fondato e fatto crescere. È una responsabilità che sento in modo particolare proprio in questi giorni, nei quali le numerosissime manifestazioni di cordoglio ricevute raccontano, forse meglio di qualsiasi biografia, chi sia stato Carlo e quale traccia abbia lasciato.

Sono arrivati messaggi da rappresentanti delle istituzioni, del mondo economico e professionale, da persone molto conosciute, ma anche da tanta gente comune. Alcuni non lo incontravano da moltissimi anni, eppure conservavano nitido il ricordo di una conversazione, di un gesto, di una discussione, di un incontro. In questi giorni quasi tutto è stato detto sui suoi traguardi.

Ma sarebbe sbagliato raccontare Carlo soltanto attraverso i risultati raggiunti.

La sua è stata la storia di un uomo che, partendo praticamente da nulla, ha costruito con il lavoro, l’intelligenza, la determinazione e il coraggio un percorso professionale di grande successo. E proprio per questo è stata anche una storia fatta inevitabilmente di difficoltà, sconfitte, delusioni e amarezze.

Chiunque abbia provato a costruire qualcosa di importante sa che dietro i successi ci sono progetti che non vanno come si era immaginato, rapporti che si incrinano, decisioni difficili, errori e battaglie perse.

Anche Carlo ha conosciuto questi momenti.

Ed è forse proprio lì che ho imparato a conoscerlo davvero.

Il successo racconta molto delle capacità di una persona, ma sono spesso i momenti difficili a raccontarne il carattere.

Carlo non era un uomo che si sottraeva alle responsabilità. Quando le cose andavano male non cercava scorciatoie e non modificava i propri principi sulla base della convenienza del momento.

Affrontava i problemi.

Poteva arrabbiarsi, poteva vivere con amarezza una delusione o una sconfitta. Ma subito dopo cominciava a ragionare su cosa fare, su come reagire, su quale nuova strada imboccare.

Era un uomo profondamente coerente che non sapeva cosa fosse il rancore o l’invidia.

E la coerenza autentica non si misura quando tutto va bene. Si misura quando rispettare le proprie convinzioni ha un costo, quando sarebbe più facile cambiare posizione, quando occorre assumersi una responsabilità o accettare una conseguenza sgradevole.

In quei momenti Carlo restava Carlo.

 

Le idee che restano

Carlo ha avuto anche intuizioni che non è stato possibile trasformare in realtà.

Penso, per esempio, al progetto dei borsini locali presso le Camere di commercio.

Alla base c’era un’idea semplice ma ancora oggi di straordinaria attualità: fare in modo che una parte del risparmio prodotto sul territorio potesse tornare a sostenere quello stesso territorio, finanziando la crescita delle sue imprese.

Quel progetto non si realizzò. Probabilmente i tempi, gli strumenti e il quadro finanziario non erano ancora maturi.

Ma l’intuizione resta.

Oggi non parleremmo più necessariamente di borsini locali. Esistono club deal, veicoli di investimento, public company e altre forme attraverso le quali è possibile mettere in relazione il risparmio privato con l’economia reale.

Sono cambiati gli strumenti e le tecnicalità, ma la domanda di fondo rimane esattamente la stessa: come possiamo fare in modo che una parte della ricchezza prodotta e accumulata dal nostro territorio venga reinvestita per rafforzare le imprese, realizzare infrastrutture, promuovere innovazione e sostenere lo sviluppo della nostra area vasta?

Reggio Emilia esprime una ricchezza privata rilevante. La vera sfida è creare meccanismi credibili, trasparenti e professionali attraverso i quali una parte di queste risorse possa essere indirizzata verso progetti capaci di produrre sviluppo.

Non in una logica localistica o di chiusura, ma nella consapevolezza che un territorio forte è un territorio capace di utilizzare anche le proprie risorse per rendere più competitive le imprese, migliorare le infrastrutture, attrarre competenze e investimenti e creare opportunità per le generazioni future.

Terminal One è stato un esempio di questa impostazione. E recentemente è stata costituita anche la holding Regium Capital Club per portare avanti queste idee di sviluppo.

Sono convinto che Carlo continuerebbe oggi a porre la stessa domanda che poneva allora: perché una parte importante del risparmio prodotto qui non può contribuire a far crescere ciò che abbiamo qui?

Anche un progetto non realizzato può contenere un’intuizione destinata a sopravvivere agli strumenti con cui originariamente era stata immaginata.

 

Una città capace di lavorare insieme

C’è poi un altro tema che Carlo aveva ben presente e che credo sia decisivo per il futuro di Reggio Emilia: la capacità di collaborazione tra le diverse componenti della nostra comunità.

Le istituzioni, la Chiesa cattolica, i consorzi, gli imprenditori, le associazioni di categoria, il mondo professionale, l’Università e tutti i soggetti che hanno responsabilità e possibilità di incidere sullo sviluppo del territorio.

Reggio Emilia ha sempre espresso energie, competenze, capacità imprenditoriale e risorse economiche di grande rilievo. Ma queste risorse rischiano di non produrre tutto il loro potenziale quando rimangono frammentate.

Se vogliamo che Reggio Emilia compia il salto di qualità che merita e si collochi stabilmente tra le città mitteleuropee più avanzate, occorre recuperare la capacità di lavorare insieme.

Serve un dialogo serrato, continuo e concreto tra tutti gli attori del territorio. Serve soprattutto la capacità di scegliere pochi obiettivi comuni, ma realmente ambiziosi, e di concentrare su di essi le migliori risorse economiche, professionali e progettuali disponibili.

Non abbiamo bisogno di decine di iniziative scollegate tra loro. Abbiamo bisogno di alcune grandi priorità condivise.

Le infrastrutture. L’attrazione di talenti e investimenti. La crescita dell’Università e della ricerca. La competitività delle nostre imprese. La qualità urbana. La cultura. La promozione della nostra area vasta. Il turismo enogastronomico. E perché no un bel festival annuale del Parmigiano Reggiano nel centro storico di Reggio?

Il vero salto di qualità non dipende soltanto da quante risorse possediamo, ma dalla nostra capacità di metterle a sistema.

Carlo aveva compreso bene che i risultati più importanti arrivano quando mondi differenti, anche lontani per storia, sensibilità e interessi, riescono a riconoscersi in una visione comune e a lavorare insieme per realizzarla.

Su questo Reggio Emilia ha probabilmente ancora molta strada da fare.

Uno degli ostacoli più difficili è talvolta il protagonismo individuale: la difficoltà di rinunciare a una parte della propria visibilità o del proprio spazio per costruire qualcosa di più grande insieme agli altri.

Ma se l’obiettivo è davvero lo sviluppo della città e del territorio, il risultato collettivo deve necessariamente prevalere sul protagonismo dei singoli.

 

L’impresa come comunità

Un’altra convinzione molto forte di Carlo riguardava il rapporto tra impresa e lavoratori.

Era un profondo sostenitore della partecipazione dei dipendenti alla vita dell’impresa e della condivisione dei risultati raggiunti, guardando con interesse a modelli, come quello tedesco, nei quali il rapporto tra capitale e lavoro non viene concepito esclusivamente in termini di contrapposizione, ma anche di partecipazione, responsabilità e condivisione degli obiettivi.

In Italia questo tema ha incontrato per molti anni anche resistenze ideologiche.

Carlo, invece, vi vedeva uno strumento capace di rafforzare l’impresa.

L’idea è, ancora una volta, molto semplice: se un’azienda cresce, investe, innova e produce risultati, è importante che le persone che contribuiscono quotidianamente a quel percorso possano sentirsi realmente parte del progetto e possano, nelle forme appropriate, partecipare anche ai risultati raggiunti.

È un ragionamento che oggi mi sembra ancora più importante.

Le imprese del territorio e le persone che vi lavorano producono una parte fondamentale della ricchezza, del reddito e del gettito fiscale che sostiene i servizi pubblici e il nostro welfare.

Rafforzare il legame tra impresa, lavoratori e comunità significa quindi rafforzare uno degli elementi essenziali della nostra coesione economica e sociale.

Non si tratta soltanto di introdurre premi o strumenti di partecipazione economica. Si tratta di recuperare una concezione dell’impresa come comunità di persone, nella quale capitale, lavoro, competenze e responsabilità concorrono insieme alla creazione di valore.

È un’impostazione che trova significativi punti di contatto anche con l’Economia Civile e con quella tradizione di pensiero, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, che assegna all’impresa una funzione non esclusivamente economica, ma anche sociale.

Credo che Carlo avrebbe voluto continuare a discutere di questi temi senza pregiudizi ideologici e con grande pragmatismo.

Perché una comunità cresce davvero quando crescono le sue imprese e quando, contemporaneamente, crescono e partecipano le persone che quel valore contribuiscono ogni giorno a generarlo.

 

La passione politica e la passione civica

Carlo aveva una grandissima passione civica e una altrettanto smisurata passione politica.

La sua formazione affondava le radici nel socialismo prampoliniano, ma nel corso degli anni aveva costruito una propria identità molto personale, difficilmente riconducibile a una categoria precisa.

Era, per così dire, un uomo di “sinistra alla Carlo Baldi”.

Faceva fatica a riconoscersi pienamente in una formazione politica e credo che ne farebbe ancora più fatica oggi, in un tempo nel quale il confronto pubblico viene troppo spesso ridotto a slogan urlati, semplificazioni e contrapposizioni permanenti.

La sua idea della politica era diversa.

Voleva partecipare, discutere, mettere a disposizione esperienza, relazioni, competenze e conoscenza del territorio.

Non cercava una carriera politica. Voleva dare un contributo leale e spontaneo.

Quell’esperienza non ebbe l’esito che avrebbe desiderato.

Ma anche da quella vicenda è venuta una lezione importante, che negli anni abbiamo maturato con sempre maggiore convinzione.

Chi esercita una professione fondata sulla fiducia, sull’indipendenza e sull’assistenza a imprese, istituzioni e persone appartenenti a mondi molto diversi deve prestare particolare attenzione al rapporto tra attività professionale e ruolo politico.

Questo non significa che un professionista debba rinunciare alle proprie idee, alla propria sensibilità o alla partecipazione alla vita della comunità.

Al contrario: credo che un professionista debba avere una forte coscienza civica e debba conoscere e comprendere la società nella quale opera.

Ma una cosa è avere idee politiche e partecipare al dibattito pubblico, altra cosa è assumere ruoli politici che possono finire per sovrapporsi all’attività professionale.

Uno Studio come il nostro deve poter preservare una posizione di indipendenza non soltanto sostanziale, ma anche percepita.

Soprattutto in una realtà territoriale come la nostra, uno dei patrimoni più preziosi di un professionista è la possibilità di parlare con tutti, di essere ascoltato da tutti e di formulare valutazioni libere da appartenenze.

L’esperienza di Carlo ci ha insegnato anche questo: la passione civica è una ricchezza e deve essere coltivata; la passione politica può essere nobile e autentica; ma chi ha la responsabilità di uno Studio professionale deve preservare uno spazio di autonomia che gli permetta di rimanere interlocutore credibile di mondi diversi.

“Te lo sei proprio meritato, Carlo”

In questi giorni le istituzioni, i giornali, gli amici, i colleghi e tantissime persone hanno ricordato con affetto sincero Carlo, i suoi meriti e tutto ciò che ha fatto per Reggio Emilia.

Leggendo e ascoltando queste testimonianze, mi è venuto spontaneo pensare una cosa molto semplice: “Te lo sei proprio meritato, Carlo”.

La responsabilità mia, di Francesca e di tutte le persone che oggi lavorano in Baldi Prati Partners non è semplicemente quella di conservare ciò che Carlo ha costruito, ma di continuare a farlo evolvere.

Credo che sarebbe l’unico modo che lui avrebbe considerato realmente coerente con la propria storia.

A noi rimane il privilegio di aver percorso insieme a lui una parte della strada.

E rimane il dovere, forse il più importante, di continuare a guardare avanti.

Come avrebbe fatto lui.

 

Guido Prati
presidente Baldi Prati Partners S.t.P.



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