Al Festival Aperto di Reggio in prima assoluta “Behind the light”, di e con Cristiana Morganti

Behind the light Cristiana Morganti ph. Lisa Vescovi

Nel weekend arriva una nuova prima assoluta per il Festival Aperto di Reggio: sabato 29 ottobre alle 20.30 (con replica domenica 30 ottobre alle 16) il teatro Cavallerizza farà da cornice al debutto di “Behind the light”, spettacolo di e con Cristiana Morganti.

Dopo il successo di “Moving with Pina” e “Jessica and me”, tutt’ora in tour, ecco un nuovo assolo dell’artista italiana di base a Wuppertal, che fin dalle prime battute conferma e rilancia – alla luce di una nuova maturità interiore – la grande ironia alternata a momenti di intensa poesia, che sono la sua cifra distintiva.

Spettacolo fortemente autobiografico, “Behind the light” racconta di una crisi familiare, professionale e intima: una sequela di eventi dal tipico “effetto domino”, in cui una disgrazia sembra chiamarne un’altra, in cui pare che venga meno ogni singolo punto di riferimento, ogni certezza. La vicenda personale risuona con intensità in chi guarda dalla platea, in un momento storico che – tra una pandemia, una crisi economica e una di valori – si può definire come tra i più destabilizzanti della contemporaneità.

Questa “personale crisi globale” viene mostrata, presa in giro, aggirata, attraversata, evasa, superata grazie al potere rigenerativo della confessione e soprattutto dell’arte, ora urlata, ora sussurrata tra le lacrime, con il capo adagiato sul pavimento. Scorre un montaggio di quadri che vede la protagonista recitare, danzare, cantare su una scena bianca e sospesa in cui irrompono, per dialogare con l’interprete, gli originali e raffinati video di Connie Prantera. È una danza che fa venire voglia di danzare quella di Cristiana Morganti, complice l’esplosione di energia che fa seguito alla catarsi di questa confessione aperta, sincera, sofferente ma di un dolore mai autocompiaciuto, anzi immediatamente lenito dalla risata, anche di sé, con il pubblico.

Accompagnati da un collage musicale che spazia da Vivaldi al punk-rock di Peaches, da Adolphe Adam alla musica elettronica di Ryoji Ikeda, si alternano momenti di danza e di parola: come l’irresistibile sfogo sui divieti stilistici che imbrigliano chi è cresciuto sotto la direzione di uno dei più grandi nomi della danza di sempre, Pina Bausch, o il tentativo ripetuto, e inevitabilmente sempre fallito, di spiegare lo spettacolo a chi guarda, così che poi “ci si possa rilassare”. Numerose altre piccole e deliziose storie conducono il pubblico a un finale che è un delicato ritorno all’interiorità, dopo una spontanea ed esplosiva condivisione.



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