Novantesima lettera alla comunità al tempo del coronavirus
La Chiesa inizia il nuovo anno nel nome di Maria, che chiama Madre di Dio. Questo titolo contiene un paradosso: lo ha messo bene in rilievo Dante quando, nell’ultimo canto del Paradiso, si rivolge a lei come “Figlia del tuo Figlio”.
Il paradosso è stato considerato intollerabile da molti, per esempio dai musulmani: “Dio non genera e non è generato”, essi proclamano nella preghiera quotidiana; ma anche in ambiente cristiano c’è stato chi, come Nestorio, patriarca di Costantinopoli, accettava di rivolgersi a lei come “christotòkos”, Madre di Cristo, ma non “theotòkos”, Madre di Dio. Fu il Concilio ecumenico di Efeso, nel 431, che rivendicò la divina maternità di Maria come appartenente al nucleo centrale della fede.
Oltre alle ragioni di carattere filosofico, penso che la difficoltà di attribuire a Maria questo titolo stia ancora una volta nell’accettare la debolezza di Dio. L’incarnazione cristiana è ben diversa dagli “avatar” delle divinità indù, guerrieri o sapienti che tornano al loro Olimpo una volta compiuta la missione. Debolezza, dunque, di un Dio che si sottomette alla sua creatura; ma debolezza anche di una donna, che paga un prezzo enorme proprio per aver accettato di essere dimora di un mistero che infinitamente la supera.
Come vive Maria l’abitazione in lei del mistero? Il vangelo di Luca lo dice: “Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Il silenzio, il deserto, è l’unico luogo degno di Dio, nel quale Egli parla. Egli dice alla sua sposa, l’Israele devastato per le sue infedeltà: “Ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Osea 2,16). Per Maria il silenzio diventa lo spazio nel quale ella accetta e vive, sempre più consapevole, la sua maternità verso Gesù; ma altrettanto consapevole diviene in quel silenzio di essere madre dei discepoli del Figlio, maternità che egli dichiarerà sul Calvario.
È bello iniziare l’anno nel nome di Maria. La maternità è tenerezza e sollecitudine. Una madre accetta i limiti dei figli, dà loro il tempo per crescere. Ne abbiamo bisogno, in questo periodo singolare della storia di ciascuno di noi. È vero che c’è molta rabbia in giro e che ne conseguono comportamenti inaccettabili; ma è anche vero che la rabbia nasconde tanta paura e tanto dolore. L’abbraccio di una madre consola e rassicura. Non c’è vergogna, nel piangere e nel chiedere di essere rassicurati.
La pandemia ci riporta ancora una volta nel deserto. Sto scrivendo queste lettere prima di tutto per me stesso. Non voglio che si perdano i pensieri, che affiorano dal profondo, quando la fretta della vita che ci ostiniamo a chiamare normale è costretta a rallentare, a entrare in spazi solo apparentemente vuoti. Sì, perché senza silenzio non c’è incontro.
Desidero suggerire a voi che leggete di scrivere una “lettera a voi stessi”: qualche riflessione, qualche appunto, perché non si perdano le riflessioni, i propositi concepiti in questo periodo di confinamento. Non solo, ma anche l’elenco delle persone da ringraziare, che sono state importanti, che vi hanno, magari inconsapevolmente, sostenuto. Chiudete la busta e conservatela per un anno. Tra un anno, rileggetela. Sarà sicuramente motivo di gratitudine.
Iniziamo nel nome di Maria questo nuovo anno. Ci sia concesso però quello che Dante attribuisce mirabilmente a Buonconte di Montefeltro, nel Canto V del Purgatorio. Egli era un cavaliere che, ferito mortalmente nella battaglia di Campaldino, fugge: “Là … arriva’ io forato ne la gola, / fuggendo a piede e sanguinando il piano. / Quivi perdei la vista e la parola; / nel nome di Maria fini’, e quivi / caddi, e rimase la mia carne sola”. Ci sia concesso di finire anche noi la nostra vita nel nome di Maria: “Mater misericordiae”, nome di tenerezza, di perdono, di confidente pace.







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