“Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade”
(…)
Mai come oggi, credo, la celebre poesia di Ungaretti dedicata al Natale ritorna alla mente in veste di paradosso. Il grande autore novecentesco indaga la natura umana contrapponendola all’assedio della modernità. Il “gomitolo di strade” porta immediatamente il lettore nella confusione prenatalizia, divenuta nel tempo chiasso, rumore, fragore.
Oggi invece no. In questo Natale le strade di Ungaretti si sono fatte vuote. Si avverte, semmai, il “caldo buono” del focolare domestico come rifugio dalle aggressioni esterne. La “tanta stanchezza sulle spalle” segna il bilancio di un anno pesante, reso tragico dalla pandemia non ancora finita, ma è anche stanchezza esistenziale. Il Natale come rito ancestrale, religioso e civile, ma anche indagine psicologica ed eredità pagana dei Saturnali romani.
Quasi nessuno ha mai vissuto un Natale tanto anomalo da rendere impossibili i baci, gli abbracci, le coccole, perfino i respiri e gli incontri, da non confondersi con gli assembramenti. Siamo sociali in quanto esseri umani, negare l’intimità è contro natura.
Eppure non abbiamo alternative: non ha molta importanza se il Covid sia figlio di spericolate operazioni di laboratorio o di semplice sciagura karmica. La storia ricorda infinite pandemie. Ma di questi ultimi mesi occupati dal virus, che non dimenticheremo mai se ci sarà dato tempo di farlo, i giorni che ci attendono diranno di memorie abbandonate, dimenticate “come una cosa posata in un angolo”. E il focolare forse riuscirà a farci sentire il suo caldo buono.






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