L’Italia forma i giovani per le economie concorrenti. Spende per istruirli, li accompagna fino alla laurea, poi lascia che vadano a produrre ricchezza altrove. Il rapporto “Le leve per la crescita”, curato da Roberto Garofoli e promosso dall’Anci, richiama una stima da 16 miliardi di euro l’anno di capitale umano perduto. Tra il 2011 e il 2024 il conto cumulato raggiunge 159,5 miliardi. Noi finanziamo la preparazione, altri offrono il futuro.
La perdita è selettiva: tra gli emigrati di 18-34 anni i laureati sono il 44,2%, contro il 30,1% dei coetanei residenti. E mentre esportiamo competenze siamo al 34° posto su 38 Paesi nell’indice Ocse di attrattività per i lavoratori altamente qualificati. Il problema supera il numero delle partenze: riguarda ciò che queste persone avrebbero potuto creare qui, dalle imprese ai laboratori, dai brevetti alla formazione di altri professionisti.
Gli appelli a restare eludono la domanda decisiva: a fare cosa, a quali condizioni? La crescita piatta restringe le opportunità, comprime gli stipendi, rallenta le carriere. Un’economia che fatica a produrre valore offre poco spazio anche a chi potrebbe aiutarla a cambiare. E chi possiede competenze richieste all’estero può scegliere di sottrarsi all’attesa.
Bisognerebbe allora occuparsi della convenienza a investire, aprire un’attività, ingrandirla, assumere e pagare meglio. Ogni autorizzazione incerta, ogni norma indecifrabile, ogni decisione rinviata aumenta il costo di provarci. La burocrazia pesa anche attraverso ciò che impedisce di nascere: uno stabilimento, un centro di ricerca, un’impresa che qualcuno decide di realizzare altrove.
Lo stesso vale per la spesa pubblica, troppo spesso difesa per la sua quantità e assai meno giudicata per i risultati. Servizi scadenti e strutture inefficienti assorbono risorse che devono essere finanziate con tasse o debito. Aggiungere un incentivo senza rimuovere gli ostacoli significa pagare due volte: prima per mantenere il problema, poi per attenuarne gli effetti.
Anche l’immigrazione riflette questo modello. Nel 2024, tra gli stranieri residenti di 25-34 anni, i laureati erano il 13,4%, contro il 34,4% degli italiani. Sono dati sulla popolazione residente, non sui soli nuovi ingressi, ma mostrano quanto sia debole la nostra capacità di attrarre competenze. E sprechiamo quelle disponibili: nel 2025 lavorava il 68,4% degli stranieri laureati, contro l’86,3% degli italiani con lo stesso titolo.
Il rischio è consolidare un’economia che cerca manodopera a basso costo mentre perde professionalità capaci di aumentarne la produttività. Coprire i posti vacanti è necessario; costruire lavoro qualificato e ben pagato lo è altrettanto. Un ingresso può compensare una partenza nel bilancio demografico, ma le competenze richiedono formazione, riconoscimento dei titoli e opportunità adeguate.
Su questi problemi dovrebbe misurarsi la politica. Il clima preelettorale, di fatto già aperto, offre invece misure di consenso e pseudoprogrammi nei quali ogni beneficio è immediato e ogni conto resta da chiarire. Si promette di aumentare le prestazioni, ridurre le tasse, proteggere le categorie e salvare i privilegi. La somma dovrebbe insospettire anche l’elettore più fiducioso.
Coalizioni e partiti mentono quando presentano come compatibili impegni dei quali evitano di spiegare costi e conseguenze. Cercano voti, potere, posizioni da occupare. Intanto i problemi più gravi maturano su tempi più lunghi della prossima consultazione: impoverimento delle competenze, produttività insufficiente, difficoltà a sostenere i servizi. Il litigio quotidiano riempie la scena e lascia questi nodi sullo sfondo.
Cambiare ha un prezzo concreto. Ridurre una spesa inutile scontenta chi la incassa; aprire un mercato disturba chi lo controlla; premiare il merito indebolisce chi conta sull’appartenenza. È davanti a questi interessi che il furore delle dichiarazioni si acquieta e il teatrino ritrova una sorprendente concordia.
La stagnazione diventa così il compromesso nazionale: ciascuno difende la propria garanzia, mentre il Paese perde terreno. Da trent’anni rinviamo il prezzo del cambiamento e paghiamo quello crescente dell’immobilità. I giovani che partono hanno smesso di aspettare che la politica trovi il coraggio di presentare il conto.






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