Con il woke abbiamo esagerato. A dirlo è Alexandria Ocasio-Cortez, icona della sinistra radicale americana: «Woke 1 was crazy». Quella stagione era folle. Non è Canossa, ma dalle parti dell’abiura ci siamo.
Dietro la svolta c’è la politica. I democratici devono tornare a vincere e per vincere non bastano campus, grandi città, attivisti e classi intellettuali. Servono lavoratori, ceto medio, moderati, riformisti. Serve gente che non parla woke, non pensa woke e magari votava democratico prima che qualcuno cominciasse a spiegarle come parlare.
Il woke non ha inventato la lotta al razzismo, i diritti civili, l’emancipazione femminile. Sono conquiste che lo precedono. Ha fatto altro: ha sostituito all’universalismo la politica delle identità. Prima stabilire chi sei, a quale gruppo appartieni, da quale parte della linea tra oppressori e oppressi ti trovi. Poi ascoltare ciò che dici. Non è una sfumatura. È un rovesciamento.
Da qui la colpa. E il colpevole per eccellenza: l’Occidente. Colonialista, patriarcale, razzista, capitalista. La storia trasformata in tribunale, la tradizione in materiale da decostruire, i morti processati con il codice morale dei vivi. L’autocritica, una delle grandi conquiste occidentali, si è rovesciata in un pensiero politico autoaccusatorio.
Cinesi, indiani, arabi guardano alla propria storia anche per costruire il futuro. Una parte delle élite occidentali ha fatto il contrario: ha trasformato la demolizione della propria civiltà in una patente morale.
Il conto è arrivato. Il woke ha fabbricato reazione. La sinistra decostruiva, la destra costruiva. La prima lasciava sul tavolo patria, identità, tradizione, appartenenza; la seconda se le prendeva. La prima raccontava agli europei ciò di cui dovevano vergognarsi; la seconda offriva loro qualcosa di cui essere orgogliosi. Poi ci siamo stupiti quando ha cominciato a vincere.
Le destre nazionaliste raccolgono oggi anche cittadini che fino a ieri avremmo definito moderati o progressisti. Non si sono svegliati fascisti. Hanno smesso di riconoscersi in una sinistra che considera sospetta una parte del loro mondo. Se lasci la bandiera per terra, prima o poi qualcuno la raccoglie.
Poi le parole. Uomo, donna, sesso, genere. Pronomi, schwa, asterischi. Parole ammesse, parole sospette, significati prescritti. Una cultura che proclamava la liberazione ha cominciato a sorvegliare il vocabolario. Ma la lingua non appartiene a un’ideologia. Le parole cambiano con la società, non per decreto di un’avanguardia. Una società libera discute i significati. Non li amministra.
La cancel culture è stata il punto di caduta. Non confutare: cancellare. Non contestare: impedire. Non capire un autore nel suo tempo: processarlo nel nostro. Libri espurgati, conferenze annullate, opere sottoposte a revisione morale. Non è progressismo. È illiberalismo. Possiamo leggere Céline senza diventare antisemiti e Heidegger senza diventare nazisti. La cultura richiede di distinguere. Il fanatismo no.
Qualcuno dovrà spiegare alle generazioni cresciute nel woke una frase diventata quasi trasgressiva: la civiltà occidentale è una grande conquista dell’umanità. Senza il ma di ordinanza.
Atene, Roma, Illuminismo, scienza moderna, democrazia liberale, Stato di diritto, libertà individuale, emancipazione femminile, diritti civili. Anche la libertà di attaccare l’Occidente è una conquista occidentale. La sinistra nasce dentro questa storia, non contro di essa. Universalismo, socialismo, movimento operaio, femminismo sono figli dell’Occidente. Persino il woke lo è: solo una civiltà con una simile libertà poteva produrre un pensiero dedicato alla propria decostruzione.
Ora in America arriva il contrordine. AOC ha forse capito che si può vincere in un campus e perdere un Paese. Quando bisogna contare i voti tornano salari, casa, sanità, lavoro. Classe, pensa un po’.
In Italia sarà più dura. Pensare di battere la destra sommando Pd, Movimento 5 Stelle e sinistra radicale senza ricostruire una componente riformista significa continuare a parlare agli stessi e chiamarlo campo largo.
In Emilia e a Bologna la contraddizione è più forte. Decenni di potere hanno abituato una parte della sinistra a confondere il proprio ambiente culturale con la società. Amministrazioni, università, associazionismo, istituzioni culturali parlano la stessa lingua e, a forza di ascoltarla, finiscono per credere che sia quella di tutti. Non lo è. E l’Italia lo ha già dimostrato.
La destra governa e raccoglie anche voti che una sinistra maggioritaria dovrebbe contendere, non disprezzare. Dire alle persone come devono parlare, quale identità devono riconoscersi, quali tradizioni devono decostruire e quali parti della propria storia devono rinnegare è stato un ottimo sistema per mandarle dall’altra parte.
La strada del ritorno sarà lunga. Il woke non è stato uno schwa. Ha messo l’identità davanti all’individuo, l’appartenenza davanti all’argomento, il giudizio davanti alla storia, la censura davanti al confronto. Uscirne significa tornare all’universalismo, alla libertà di parola, alla responsabilità individuale. Accettare che persone diverse possano vivere insieme senza condividere lo stesso vocabolario, la stessa identità, la stessa idea del mondo.
Non è una ritirata. È recuperare la tradizione che ha reso l’Occidente capace di correggersi senza rinnegarsi e la sinistra capace di parlare a tutti, non soltanto a chi ne condivide il codice culturale. AOC ha forse capito che quel ciclo è finito. Le elezioni americane hanno accelerato la resa dei conti.
In Italia ci vorrà più tempo. In Emilia, dove il potere protegge dall’urgenza di capire ciò che cambia fuori dal proprio mondo, ancora di più. Ma il contrordine è partito.






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