L’Italia non è morta

Salim El Koudri in fuga a Modena – TVS

C’è una frase che vale più di un programma elettorale, più di un convegno sulla sicurezza, più di cento editoriali indignati scritti col ditino alzato.

L’ha pronunciata Luca Signorelli, l’uomo che a Modena ha fatto ciò che lo Stato, la politica, la sociologia e i protocolli non fanno quasi mai: si è mosso. Ha fermato l’attentatore, si è preso una coltellata, e poi ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”.

Frase formidabile. Non perché sia retorica, ma perché è archetipica. Dentro c’è un intero immaginario nazionale: il cittadino che supplisce all’inerzia delle istituzioni, il coraggio individuale come ultima trincea della comunità, la patria evocata non come concetto costituzionale ma come corpo vivo da difendere. È la grammatica sentimentale della destra italiana. O, più precisamente, della destra antropologica: quella che esiste prima dei partiti e sopravvive ai governi.

Non stupisce che Giorgia Meloni abbia voluto abbracciarlo. E, per una volta, l’abbraccio non sembrava costruito da un consulente d’immagine. In quella frase c’è esattamente il racconto che la premier cerca da anni: l’Italia profonda, il popolo che resiste, il coraggio civile contro il caos.

Il problema è che la politica italiana è bravissima a riconoscere i simboli e totalmente incapace di governare la realtà che li produce.

Così Modena diventa immediatamente ciò che tutto ormai diventa: una scenografia ideologica.

La sinistra, infatti, non sa che dire. E allora va. Va sul posto. Organizza la liturgia civile della “manifestazione spontanea” – definizione meravigliosa pronunciata dal sindaco Mezzetti, come se nel 2026 esistessero ancora le spontaneità collettive non precedute da tre riunioni WhatsApp e due comunicati stampa.

Schlein arriva a Modena come si va in pellegrinaggio nei luoghi della crisi morale permanente: per testimoniare presenza, non per produrre una lettura.

La destra, invece, sa perfettamente cosa dire ma non sa che fare. Bignami invoca l’espulsione, la pena “da scontare a casa sua”, la fermezza. Frasi da talk show permanente della Repubblica italiana, dove ogni tragedia genera immediatamente un referendum etico da bar sport. Ma Meloni governa da tre anni, non da tre settimane. E se l’Emilia “accogliente” è diventata più insicura, allora la domanda comincia a diventare imbarazzante: chi dovrebbe intervenire, esattamente? L’opposizione? La cooperativa sociale? Don Camillo?

La verità è che l’Italia vive da decenni dentro una gigantesca deresponsabilizzazione reciproca.

La sinistra attribuisce ogni problema sociale alla povertà, all’emarginazione, alla mancata integrazione. La destra attribuisce ogni problema criminale al permissivismo culturale della sinistra. Nel frattempo, le persone vengono accoltellate nelle piazze.

E soprattutto nessuno governa più il punto decisivo: la percezione collettiva del disordine.

Perché ciò che colpisce di Modena non è soltanto la violenza. È il fatto che milioni di italiani abbiano pensato, ascoltando Signorelli: “Finalmente qualcuno che reagisce”.

Questa è la vera notizia politica.
Non il marocchino trentenne. Non la manifestazione. Non il dibattito televisivo già pronto in redazione prima ancora che finisse il sangue sull’asfalto.

La notizia è che una parte enorme del Paese sente che lo Stato arriva sempre dopo. Dopo il coltello, dopo il panico, dopo l’eroe casuale.

Ed è qui che la frase “l’Italia non è morta” diventa insieme potente e terribile.

Potente perché richiama un sentimento di appartenenza quasi dimenticato. Terribile perché implica il sospetto opposto: che qualcosa, invece, stia morendo davvero. Non la nazione – parola troppo grossa e troppo teatrale – ma la fiducia elementare nell’ordine pubblico come normalità.

La politica italiana contemporanea ha un talento speciale: trasformare ogni emergenza in metafora e ogni metafora in propaganda.

Così nulla cambia mai.
Si commenta. Si polarizza. Si manipola. Si recita.

E come sempre la colpa è di tutti, dunque di nessuno.

Che è il modo più elegante che abbiamo inventato per continuare a non fare niente.




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