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Fabrizio Montanari

Attentato a Lenin


di Fabrizio Montanari

Dopo undici anni trascorsi in diversi gulag, tra cui quello più famigerato di Akatuy in Siberia, riassaporava la libertà una giovane donna, che avrebbe fatto parlare a lungo di sé, passando alla storia come l’attentatrice di Lenin. Il campo di prigionia era stato costruito nel 1888 presso la miniera di Akatuyskom e accoglieva prevalentemente condannati politici femminili. 



Venne definitivamente chiuso nel 1917. Anche se molto provata nel fisico e soprattutto nella vista, i suoi lineamenti regolari e armoniosi facevano intuire che prima della detenzione coatta doveva essere stata una bella ragazza. Era uscita dalla prigionia il 3 marzo 1917 grazie all’amnistia, seguita alla rivoluzione di febbraio dello stesso anno. 
 
Quel provvedimento, che in realtà voleva rafforzare il governo provvisorio appena insediatosi, si rivelò controproducente e ne accelerò la caduta. Il risultato immediato fu la liberazione di centinaia di internati politici e non solo, che si riversarono nelle città, desiderosi di contribuire all’edificazione della nuova società socialista. La situazione politica in realtà molto confusa e l’esito degli eventi rimaneva ancora incerto. La Prima guerra mondiale in corso, l’abdicazione dello zar, il governo provvisorio, le manifestazioni e gli scioperi sostenuti dalle forze rivoluzionarie destabilizzavano il quadro politico e sociale del paese, creando speranze e illusioni, ma anche paura e insicurezza nella popolazione. 
 
Dentro il fronte rivoluzionario si fronteggiavano diversi partiti e movimenti rivoluzionari, portatori di diverse, se non opposte, visioni politiche. C’erano i bolscevichi guidati da Lenin, i socialisti rivoluzionari (di destra e di sinistra), i menscevichi e gli anarchici, che di fronte all’urgenza del momento di abbattere lo zar avevano trovato inizialmente il modo di collaborare, ma che, una volta conquistato il potere, sarebbero stati acerrimi nemici. Nelle strade di Pietrogrado e di Mosca si aggiravano bande armate, sbandati disperati e affamati. L’esercito imperiale era allo sbando, specie dopo l’abdicazione di Nicola II e l’insediamento di un governo provvisorio. Abbondavano i gruppi paramilitari che non rispondevano a nessun leader, come a nessun partito o sindacato. La complessità della situazione era apparsa chiara a Lenin fin dal suo arrivo a Pietrogrado, quando alla stazione Finlandia, rivolgendosi a coloro che erano corsi entusiasti ad accoglierlo, indicò la linea da seguire: cessazione immediata della guerra, tutto il potere al partito e ai soviet e occupazione delle terre dei latifondisti da parte dei contadini. Era il cuore delle sue “Tesi d’aprile”, già lungamente meditate ed elaborate in esilio. Per distinguersi ulteriormente e dare un chiaro segnale di discontinuità rispetto alla sua provenienza (partito socialdemocratico russo), cambiò nome al partito: da frazione bolscevica del Partito Socialdemocratico Russo in Partito Comunista Russo. Sapeva di essere in minoranza nello schieramento rivoluzionario e, forse, anche dentro il suo stesso partito. In un primo tempo infatti perfino Kamenev, Zinoviev e lo stesso Stalin non gli risparmiarono critiche e perplessità. Erano convinti che il popolo non avrebbe compreso l’urgenza del momento e azioni così dirompenti. Rispondendo con caparbietà sia voce che per iscritto a tutte le osservazioni mosse nei suoi confronti, non negò che l’affermazione delle sue idee avrebbe comportato una dura lotta, sacrifici e sangue. 
 
Era un Lenin preoccupato della maggioranza detenuta nei Soviet dai socialisti rivoluzionari e dai menscevichi, contrari a una pace separata con la Germania e favorevoli a un più diffuso potere popolare, oltre che alla convocazione di un’Assemblea Costituente, già prevista precedentemente da Kerenskij. L’elezione per indicare i delegati all’Assemblea si svolse a suffragio universale, ma alle urne si recarono meno del 50% degli aventi diritto. Il risultato fu il seguente: socialisti rivoluzionari 58%, bolscevichi 25%, partito cadetto 14%, menscevichi 4%. I bolscevichi tuttavia risultarono il primo partito nelle grandi città e soprattutto nel soviet di Pietrogrado, guidato da Trockij. Con la costituzione del Comitato esecutivo centrale panrusso, formato da bolscevichi e socialisti rivoluzionari di sinistra, l’Assemblea fu sciolta e venne convocato il III Congresso panrusso dei deputati operai, soldati e dei contadini. Ogni giorno si verificavano scontri armati, rapimenti, attentati che allargavano irrimediabilmente le distanze tra le varie formazioni rivoluzionarie. 
 
Con la conquista, ottenuta grazie alla momentanea assenza di diversi esponenti social-rivoluzionari, della maggioranza dei rappresentanti dei soviet da parte dei bolscevichi, si passò alle vie di fatto. I  menscevichi, messi fuori legge il 15 agosto, confluirono nella seconda Internazionale e i loro capi emigrarono in altri paesi europei, i socialisti rivoluzionari di sinistra, di orientamento più populista, nel mese di marzo del 1918 abbandonarono il governo, ritenuto ormai irrimediabilmente dispotico. Vennero di conseguenza incarcerati e messi fuori legge e gli anarchici perseguitati. Centinaia d’arresti portarono in carcere coloro che avevano contribuito al successo della rivoluzione e alla presa del Palazzo d’Inverno. Lenin si sentiva accerchiato dal dissenso interno e dall’avanzare dell’Armata bianca all’esterno e sapeva di poter controllare solo alcune città come Mosca e Pietrogrado. Il clima, le condizioni miserrime nelle quali si trovava il popolo, la paura d’essere arrestati, imprigionati, se non fucilati dalla Ceka per un semplice sospetto o una interessata delazione venne perfettamente illustrata dall’anarchica americana Emma Goldman nel suo libro biografico Vivendo la mia vita, reduce da un suo viaggio in Urss nel 1920.  
 
La situazione che Fanny Kaplan, detta Dora, trovò all’uscita dal gulag era, dunque, del tutto diversa da quella che aveva immaginato e che le poche informazioni pervenute durante la sua detenzione avevano illustrato. All’età di 28 anni aveva già accumulato una serie d’esperienze che altri non avrebbero avuto in una vita intera. Nata nel governatorato della Volinia (Ucraina occidentale), era stata educata in una numerosa famiglia ebrea. Il padre, molto religioso, insegnante in una scuola ebraica, aveva avuto otto figli: quattro femmine e quattro maschi. Di indole determinata e indipendente, Fanny si innamorò del terrorista anarchico, poi diventato bolscevico, Viktor Garskiy, che la introdusse nell’organizzazione terroristica segreta da lui diretta. Da quel momento per amore o per convinzione si votò alla causa rivoluzionaria e si propose per le imprese più disperate. Fu così che a soli 16 anni fu arrestata per il suo coinvolgimento in un fallito attentato contro un funzionario zarista a Kiev. Pare che la bomba sia esplosa accidentalmente nella sua stanza d’albergo, procurandole gravi danni alla vista e uccidendo una cameriera. Catturata dagli agenti zaristi, fu condannata all’ergastolo da scontarsi in un campo di prigionia in Siberia. Gli anni trascorsi tra infinite umiliazioni, il freddo, la fame e le punizioni ne minarono il fisico e compromisero ancora di più la sua vista. Lo spirito ribelle e il desiderio di un profondo cambiamento del regime e della società, rimasero tuttavia indenni. Nel frattempo la sua famiglia nel 1911 era emigrata negli Stati Uniti non lasciando alcuna traccia che le potesse essere utile al ritrovamento. A quel punto, per segnare il suo definitivo distacco dalla famiglia, decise di cambiare nome e farsi chiamare Kaplan.

 
Quando, dunque, il 3 marzo 1917 vide aprirsi le porte della colonia penale, Fanny si trovò sola ad affrontare l’evolversi degli eventi storici. Prima di ogni altra cosa, soffrendo di tisi e di cecità, pensò di curarsi e, se possibile, riacquistare un po’ la vista. Fu ospite del sanatorio di Eupatoria e, dopo un delicato intervento chirurgico a occhi a Kharkov da parte del fratello di Dmitri, fratello minore di Lenin, raggiunse Simferopol in Crimea. Secondo alcune ricostruzioni tra Dmitri e Fanny pare sia nata una breve ma intensa storia sentimentale, il che lascia ancora più perplessi circa gli avvenimenti futuri. Appena ristabilitasi tornò a Mosca, dove tutti dicevano scorreva la storia. Dopo la celebrazione del terzo congresso dei soviet, si era giunti il 3 marzo del 1918 alla firma del trattato di pace di Brest Litovk, che sanciva l’uscita della Russia dal conflitto mondiale. Tale trattato, firmato per parte russa da Lev kamenev, riconosceva la vittoria degli Imperi centrali e sanciva l’indipendenza di Ucraina, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituana, Polonia e Bielorussia. Oltre a una grande perdita territoriale, imponeva, grazie ad un accordo aggiuntivo dell’agosto 1918, il pagamento da parte russa di sei miliardi di marchi come compensazione alle perdite degli interessi tedeschi. I socialisti rivoluzionari e gli anarchici che in un primo tempo furono favorevoli a porre fine alla guerra, si dichiararono decisamente contrari alla conduzione e alla conclusione della trattativa, che oltre a ignorare il principio della “ autodeterminazione dei popoli”, risultava umiliante per la Russia  per perdita sia territoriale che di popolazione. La pretesa economica tedesca aggravava poi ulteriormente la già pesantissima situazione economica del paese, affamando il popolo. Il 14 marzo i socialisti rivoluzionari, coerentemente alle loro convinzioni, uscirono dal governo. Anche nelle fila bolsceviche emersero distinguo e contrarietà. Significative quelle di Bucharin e Trockij, ma poi rapidamente rientrarono. Il dissenso più netto ed esplicito venne  dai menscevichi e in particolare dal loro capo Martov.
 
A Mosca Fanny incontrò di nuovo Viktor, il suo primo e forse unico amore, che le parlò della necessità di lottare contro il nuovo tiranno, che con la pace separata aveva umiliato il popolo russo, rafforzato l’imperialismo tedesco e che stava incarcerando e sopprimendo tutta l’opposizione e i suoi antichi alleati. Le sue parole non sorpresero Fanny che aveva abbracciato da tempo la causa dei socialisti rivoluzionari e considerava Lenin un traditore. Ad Akatui, infatti, aveva incontrato molti socialisti rivoluzionari tra i quali la famosa e indomita Maria Spiridonova, che certamente contribuì con le parole e l’esempio alla sua formazione politica: a farle cioè abbandonare l’anarchismo e convincerla ad abbracciare le idee della frazione di sinistra del Partito socialista rivoluzionario. 
 
Il 10 luglio 1918 assistette alla rivolta dei socialisti rivoluzionari di sinistra che per un momento sembrarono in grado di rovesciare il governo dei bolscevichi e ridare il potere al popolo. Era un’illusione. L’armata rossa ebbe la meglio e tutto finì con diversi morti e molti arresti. La discussione sul da farsi per ostacolare la deriva autoritaria del governo si fece intensa in tutti i gruppi social-rivoluzionari delle maggiori città. Vi era poi da considerare il pericolo costituito dall’Armata Bianca, che sembrava guadagnare terreno, minacciando addirittura Mosca e San Pietroburgo. Si trattava di un esercito vero e proprio formato da ex militari dell’esercito imperiale, cadetti, socialisti riformisti, sostenitori di Kerenskij e cosacchi. Aiuti economici e  mezzi arrivavano inoltre da diversi paesi stranieri quali il Giappone, la Gran Bretagna, la Francia e anche dal Regno d’Italia. Quest’ultima infatti temeva che le truppe tedesche una volta sollevate dal sostenere il fronte russo, si concentrassero su quello italiano con tutte le prevedibili conseguenze. 
 
La prima vittima di tale confusione fu l’ambasciatore tedesco conte Wilhelm von Mirbach-Harff, che aveva presentato le credenziali al presidente del comitato esecutivo panrusso Sverdlov nel mese d’aprile del 1918. L’attentato avvenne nella sede dell’ambasciata per mano di due social-rivoluzionari di sinistra della Ceka, la polizia segreta creata il 20 dicembre 1917 per combattere i nemici del regime sovietico: Jakov Bljumkin e Nikolaj Andreev. Il 28 agosto intanto Garskiy, incontrava a Mosca Sverdlov con il quale pare avesse stretto un rapporto d’amicizia. Non è dato sapere il motivo della visita, ma certo non è immaginabile pensare che i due non abbiano espresso valutazioni politiche sulla difficile situazione nella quale di dibatteva la nuova Russia. Non sappiamo se in quei giorni Garskiy abbia incontrato di nuovo Fanny e se sia stato lui a convincerla definitivamente a compiere l’attentato alla vita di Lenin. Sta di fatto che la loro contemporanea presenza a Mosca è per lo meno sospetta. Tante infatti sono le lacune, le omissioni, le stranezze, le coincidenze che, come vedremo anche in seguito, hanno reso la ricostruzione di questa storia confusa e sospetta.
 
Lenin aveva 48 anni e stava consolidando il suo ruolo di comando. Per fare questo era costretto ad uscire dal Cremlino per incontrare e convincere più gente possibile, fossero essi operai o contadini. La mattina del 30 agosto era in programma una visita con relativo discorso ad una grande fabbrica di Mosca. La moglie e i più stretti collaboratori lo consigliarono tuttavia di rinunciarvi, visto che qualche ora prima il capo della Ceka M.S. Urickij  di Pietrogrado aveva subito un mortale attentato da parte di un cadetto per vendicare l’uccisione di un amico. Lenin invece considerava la visita alla fabbrica Mihel’son troppo importante perché fosse sospesa. Lenin considerava quanto accaduto a Pietrogrado del tutto estraneo alla sua persona e dunque non tale da impedirgli l’uscita. Alle cinque del pomeriggio raggiunse in auto la fabbrica dove fu accolto da molti operai desiderosi di vederlo e di conoscere il suo programma di governo. La giornata di fine agosto già preannunciava l’imminente freddo autunnale russo e il cielo era coperto. La pioggia era in arrivo. Tutti indossavano abiti pesanti. Anche Lenin si coprì con un pesante cappotto. Il comizio durò circa quaranta minuti. All’uscita, prima di raggiungere l’auto ferma ai cancelli della fabbrica, si attardò a parlare con un gruppo di persone, tra le quali molte donne. Improvvisamente una donna con in mano un ombrello e una piccola borsa, lo chiamò ad alta voce, attirando la sua attenzione. Una volta giratosi per vedere chi lo avesse chiamato, si udirono tre colpi d’arma fuoco e Lenin cadde al suolo. Era stato colpito al collo, compromettendo seriamente i polmoni e alla spalla sinistra. Il terzo colpo invece era andato a vuoto, bucando solo il cappotto. Immediatamente soccorso, fu caricato sull’auto e trasportato al Cremlino. 
 
Si disse, forse per tranquillizzare i compagni in attesa di notizie, che riuscì a salire le scale da solo e, prima di perdere i sensi, fu sentito pronunciare queste parole: “ State calmi compagni, nessun panico”. Temendo di poter essere oggetto di altri attentati, decise d’essere curato nel suo appartamento. Accorsero il segretario del Consiglio del popolo Branc-Brucvic e il commissario del popolo alla previdenza sociale Vinokurov. A quel punto furono chiamati due medici e un chirurgo di fiducia, Obukl, Veisbrod e Mints, i quali non disponendo d’idonea attrezzatura, non riuscirono ad estrarre i proiettili, ma solo a tamponare la copiosa emorragia. A quel punto non c’era che sperare e attendere. I proiettili sarebbero stati estratti solo nel 1922, contribuendo non poco alla prematura scomparsa di Lenin nel 1924. La prima persona che Lenin chiese di vedere fu Inessa Armand, sua seguace fin dai primi anni d’esilio in Europa e sua amante segreta, almeno formalmente. Aveva viaggiato con lui e altre trenta persone sul treno piombato, aveva preso alloggio poco distante dal Cremlino e su occupava soprattutto delle organizzazioni femminili. Era un amore che, come dice Vitanna Armeni nel libro a lei dedicato, non si doveva sapere, volendo rispettare la morale proletaria e rivoluzionaria.  Per diversi giorni la vita di Lenin rimase dunque sospesa e si temette, in caso di decesso, una vera e propria crisi di Stato.

 
Secondo la versione allora più accreditata la donna, appartenente al partito socialista rivoluzionario di sinistra, venne immediatamente raggiunta e arrestata dagli operai della fabbrica, consegnata agli agenti della Ceka e da questi portata alla Lubjanka. Al momento del fermo non era in possesso di nessuna arma, che fu trovata solo qualche giorno dopo la sua morte. Anche sull’ora esatta del fatto esistono diverse versioni: si parlò delle ore 20:00, la Pravda delle 21:00, mentre l’autista ricordò le 23:00. Dopo due giorni, per ordine di Jakov Sverdlov, braccio destro di Lenin e poi presidente del Comitato Centrale, venne trasportata in una cella del Cremlino e messa in isolamento. Dora viene immediatamente interrogata e probabilmente anche torturata. Trova la forza di dichiarare: “ Mi chiamo Fanja Kaplan. Oggi ho sparato a Lenin. L’ho fatto da sola. Non dirò da chi ho ottenuto il mio revolver. Non darò dettagli. Avevo deciso di uccidere Lenin molto tempo fa, quando ero a Simferopol (Crimea) e da allora mi preparavo a farlo. Lo considero un traditore della rivoluzione. Più a lungo vivrà, più a lungo allontanerà l’idea del socialismo. Se sopravviverà la realizzazione degli ideali socialisti sarà rinviata di decenni. Sono stata esiliata ad Akatui per aver partecipato a un tentativo di omicidio contro un funzionario zarista a Kiev. Ho passato 11 anni ai lavori forzati. Dopo la rivoluzione sono stata liberata. Ho favorito l’Assemblea Costituente e sono ancora favorevole”. 
 
La Ceka però era convinta che facesse parte di un disegno più generale messo a punto dai socialisti rivoluzionari e che lei non fosse che una pedina. Dora, pur ammettendo d’aver avuto contatti con alcuni esponenti dei S.R., negò tuttavia ogni loro coinvolgimento, addossandosi tutta la responsabilità. Il personaggio politico più sospettato d’aver avuto un ruolo decisivo era la Spiridonova e la sua organizzazione terroristica segreta, che già aveva compiuto diversi attentati contro esponenti bolscevichi. Altri studiosi come Arkadij Valsberg indicarono la mandante in Ldya Konopleva, insegnante anche lei autrice di attentati a esponenti bolscevichi. Sarebbe appartenuta al gruppo di terroristico clandestino del PSR del siberiano Grigori Ivanovich Semenov. Il processo intentato contro il Partito socialista rivoluzionario del luglio 1922 indicherà proprio lui quale ispiratore e organizzatore dell’azione omicida. In effetti, era difficile ammettere che l’attentato fosse stato eseguito da una donna sola con gravi problemi alla vista. A questo punto le ipotesi diventavano molte e le più diverse. La prima sostiene che Dora non fosse sola davanti ai cancelli della fabbrica, ma avesse una complice, forse proprio quella che premette il grilletto. Una volta arrestata però avrebbe deciso di coprirla e di addossarsi tutta la responsabilità. D’altra parte subito dopo l’attentato, fonti vicine al Cremlino, parlarono di diversi fermati e non di una sola persona. Uno sarebbe stato Alexander Prototipov, che fu giustiziato senza alcun processo e alcuna indagine. Lo stesso autista di Lenin Piotr Guil, unico testimone, diede più versioni dell’accaduto, con il risultato di confondere ancora di più la realtà dei fatti. Il PSR negò ogni affiliazione della Kaplan e chiese con urgenza l’apertura di una inchiesta. Tale richiesta, come si sa, fu ignorata. 
 
Il fatto fece talmente clamore che appena quattro ore dopo il New York Times, nell’evidente tentativo di fare uno scoop sensazionale, diede notizia della morte del capo bolscevico, suscitando incredulità, dolore e soddisfazione nell’opinione pubblica mondiale. Al termine dell’interrogatorio, che non aveva consentito di reperire utili informazioni circa eventuali complici o mandanti, Varlam Avanesov e Feliks Dzerzinskij convocarono alla Lubjanka il comandante Malkov perché si occupasse del caso. Questi ordinò l’immediato  trasferimento di Dora nelle prigioni del Cremlino, il che avvenne circa alle ore 3 della notte. Un’ora dopo il suo arrivo venne portata in un cortile interno e lì uccisa con un colpo di pistola alla nuca dal comandante del Cremlino  Pavel Malkov, mentre un motore acceso di un’auto copriva il rumore. Il corpo, cosparso di benzina, venne bruciato e le sue ceneri disperse. Subito dopo Malkov fece regolare rapporto a Sverdlov. 
 
Molti suoi amici sarebbero morti nelle settimane seguenti, mentre tutti coloro che rispondevano al nome Kaplan furono inviati a morire nei gulag. Il poeta più considerato dal regime Demyan Bedny fu invitato ad assistere all’esecuzione, perché trovasse ispirazione per i suoi futuri componimenti poetici. L’assenza d’indagini, i tempi, la modalità d’esecuzione della condanna a morte e l’urgenza di far scomparire il corpo, destarono molti sospetti allora e negli anni a seguire. La stessa pistola Browning con la quale avrebbe sparato venne trovata solo qualche giorno dopo e arbitrariamente a lei attribuita. L’arma non fu sottoposta ad alcuna perizia balistica e conteneva solamente quattro cartucce su sei. Ma i colpi sparati, per stessa dichiarazione ufficiale, non erano stati tre? Da allora l’arma è stata esposta nel Museo-Lenin di Mosca. In tutta questa intrigata vicenda un ruolo chiave pare abbia assunto Jakov Sverdlov. Soprattutto le recenti indagini seguite alla apertura degli archivi segreti sembrano addensare molti sospetti su di lui. 
 
All’epoca dei fatti aveva 33 anni e già svolgeva un ruolo di grande importanza. La sua carriera politica fu fulminante. Dopo essere stato arrestato più volte tra il 1906 e il 1910, subì anche la deportazione in Siberia fino al 1917. Uomo molto ambizioso, con la rivoluzione accumulò una serie di cariche senza eguali: Segretario organizzativo del partito, Presidente del Comitato Centrale dopo Kamenev, presidente della commissione che elaborò la Costituzione della Repubblica socialista sovietica. Fu lui a ordinare il trasferimento della Kaplan dalla Lubianka al Cremlino e la fucilazione della famiglia dello zar Nicola II. Accumulò alcune amicizie o frequentazioni per lo meno equivoche come quella con il terrorista Garsky, incontrato due giorni prima l’attentato. Morì improvvisamente la mattina del 16 marzo 1919, appena mezz’ora dopo aver fatto visita a Lenin. Fu sepolto accanto alle mura del Cremlino. Al suo funerale Lenin, forse sospettando un suo ruolo equivoco, fu sostituito da Stalin. 
 
Alcuni studiosi non escludono la tesi che l’uomo chiave dell’attentato sia stato proprio lui, dall’insaziabile ambizione e per questo pronto a tutto. Si sarebbe dimostrato molto abile nel coinvolgere le persone giuste, a eliminare la presunta colpevole, eliminandone il corpo, e a individuare i responsabili politici nel PSR. In questo caso si trattò del tentativo di un vero e proprio colpo di stato, coperto per mostrare la debolezza del partito e le sue divisioni interne. La reazione fu del tutto prevedibile e spietata, nell’intento di raggiungere il risultato opposto: consolidare il potere del partito e quello personale di Lenin. 
 
Per queste ragioni nel 1993 due autorevoli giornali, Komsomolskaja Pravda e Nezavisimaja Gazeta, sollevarono la necessità di rivedere tutto e riaprire le indagini. A loro parere c’era da capire se si trattò di un tentativo di colpo di stato per favorire la presa del potere di un gruppo dissidente interno alle fila bolsceviche o la messa in scena per scatenare il terrore verso tutti gli oppositori. Il 31 agosto 1918 in effetti la Pravda scrisse: “ Lavoratori, per noi è giunta l’ora di annientare la borghesia altrimenti essa vi annienterà. Le città devono essere ripulite con implacabile determinazione da tutto il marcio borghese. Tutti questi signori saranno schedati, e quelli che rappresentano un pericolo per la causa rivoluzionaria sterminati. L’inno della classe operaia sarà un canto di odio e di vendetta”. Il 3 settembre un articolo sulla Izvestija chiamava i schiacciare l’idra della controrivoluzione con massiccio terrore”. Il 5 settembre fece seguito da parte della Ceka il decreto sul “Terrore Rosso”. Era in fondo ciò che Lenin, Trockij e Bucharin avevano teorizzato e previsto nei loro libri. 
 
Aveva così inizio il cosiddetto “Terrore Rosso”. Le vittime per alcuni storici non superarono nei mesi seguenti le 10.000 unità, per altri invece furono molto di più. Per la prima volta fu sperimentato il campo di concentramento, che in poco tempo si diffuse e rappresentò la tomba per migliaia di russi negli anni avvenire. Chi attribuisce a Stalin l’origine della repressione contro i dissidenti e l’istituzione dei campi di prigionia (gulag), si deve dunque ricredere. Egli semmai ne perfezionò il funzionamento.
 
Su questa tragica vicenda sono stati prodotti negli anni diversi film, sia da parte sovietica sia da produttori occidentali. In particolare nel 2016 al Festival Internazionale di Odessa ottiene grande successo di critica quello intitolato My Grandmother Fanny Kaplan, ispirato dalla convinzione della sua innocenza espressa da alcune sue discendenti, che denunciano la mancanza nei documenti ufficiali della polizia e conservati nell’Archivio di Stato di diverse pagine, che inchioderebbero gli allora dirigenti sovietici alle loro responsabilità per aver mentito e occultata la verità.


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