Vecchi: lo Stato ha fatto la sua parte

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La conclusione del primo grado del processo Aemilia giunge al termine di una lunga fase processuale nella quale la magistratura, in tutte le sue articolazioni, ha dato prova di aver svolto un lavoro rigoroso, approfondito e di grande equilibrio, di cui la collettività reggiana deve essere grata.
La sentenza emessa oggi conferma nella sostanza l’impianto accusatorio, così come aveva fatto alcuni giorni or sono il pronunciamento emesso a Bologna. Non è un punto d’arrivo, è un punto processuale fermo e importante nella storia di una comunità che ha in questi anni affrontato con consapevolezza e decisione la sfida a favore della legalità. Prendiamo altresì atto dell’accoglimento pieno della Costituzione di parte civile da parte dell’Amministrazione del Comune capoluogo.

Sono passati quasi quattro anni dall’emersione dell’inchiesta Aemilia e dall’operazione che ha portato a molteplici arresti: Reggio Emilia ha fatto i conti, in questo periodo di tempo non breve, con quanto i magistrati hanno evidenziato. Ritengo un gesto di fondamentale importanza che gli enti locali – Regione e Comune – si siano fatti carico della costruzione dell’aula nella quale si è celebrato il maxi processo, perché questo era il primo gesto che doveva segnare un ulteriore cambio di passo, rispetto a quanto fatto già in precedenza, per prendere piena consapevolezza di quanto si stava discutendo, per stare di fronte ai profili di reato – per lo più di natura economica – che Aemilia ha scoperchiato e per permettere alla città di non rimuovere il problema, ma anzi di discuterne in modo aperto.

Già il dato che si sia così permesso agli studenti di assistere ad alcune udienze, di discuterne in classe e di seguire, come in moltissimi casi è avvenuto, laboratori e corsi tesi a spiegare ai più giovani il fenomeno mafioso e come combatterlo rappresenta da solo un fatto di fondamentale importanza.

Il contrasto alle infiltrazioni mafiose nel territorio si è arricchito nel frattempo a livello amministrativo di nuovi strumenti e di nuove pratiche che sono andate ad integrare il corpo di provvedimenti che erano in vigore anche prima del 2015.
Dai nuovi e sempre più rigidi protocolli sui temi dell’edilizia e l’urbanistica, al rilevante lavoro assieme ad alcune categorie sul tema delle white list, da una serie di confronti di carattere educativo e culturale in Sala del Tricolore, nelle scuole, nel sindacato, coi cittadini e l’associazionismo diffuso in moltissime altre sedi, alla scelta di farsi affiancare da Avviso Pubblico per fare formazione ai dipendenti pubblici, sino alla recente costituzione di una vera e propria Consulta sulla legalità: queste ed altre azioni non sono “soltanto” atti burocratici, non è come qualcuno sbrigativamente talvolta etichetta “semplice attività convegnistica”; sono invece azioni quotidiane. E’ la fatica – anche operativa – di ogni giorno nel cambiare un passo per volta le procedure per intensificare i controlli preventivi, per quanto di competenza di ognuno vi è la possibilità di fare. E’ lo sforzo di partire dalle scuole medie e superiori, dalle giovani generazioni per spiegare loro che, davanti a questa minaccia, non possono né devono essere tollerare scorciatoie.

A chi dopo questa sentenza fosse tentato dal sostenere che la battaglia per la legalità è vinta una volta per tutte ci sentiamo di dire che un fenomeno come quello della criminalità organizzata costituisce una minaccia sempre e comunque, ha capacità di rigenerarsi, e proprio per questo se si vuole essere credibili nel combatterlo c’è la necessità di un aggiornamento continuo, di prossimi passi concreti da muovere nella direzione giusta per non vanificare tutto quanto.
Questo territorio aveva saputo ascoltare, in primo luogo nel suo livello istituzionale più alto, la voce del Prefetto De Miro già molti anni or sono, quando aveva operato con lo strumento delle interdittive, e gli amministratori reggiani già allora si erano schierati pubblicamente al suo fianco.
La Prefettura, la magistratura, le forze dell’ordine, gli enti locali: espressioni diverse che a Reggio Emilia hanno sempre di più fatto sistema dal 2015 a oggi, si sono interrogate ed hanno messo in campo strumenti ed azioni, ognuno secondo i diversi ambiti di competenza, per rendere questo territorio inospitale ai clan. Lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, a Reggio ha fatto la sua parte.
Aemilia ha senz’altro rappresentato un punto di svolta per Reggio Emilia. Ritengo abbia ridefinito la scala di priorità nel porsi davanti al pericolo mafioso e abbia almeno in parte modificato il Dna delle relazioni istituzionali intese in senso largo, di fronte a un fenomeno che oggi conosciamo sicuramente meglio grazie al lavoro dei Pm e dei giudici. Proprio loro, unitamente a molti autorevoli studiosi ed esperti ci hanno consegnato un contributo fondamentale in questi anni: ci hanno insegnato fra l’altro che, al cospetto di uno scenario quale quello che abbiamo verificato nel reggiano, occorre avere il giusto mix di rigore, costanza e di lucidità per non lasciarsi travolgere ma per rendere sistemica una battaglia a favore dello Stato di Diritto, a difesa della democrazia.

Luca Vecchi (sindaco di Reggio Emilia)