Opera lirica. La Carmen in una cella

0960_Carmen2022 Arturo Chacon Cruz, Martina Belli

di Mauro Del Bue

Silvia Paoli, che abbiamo apprezzato in regie d’opera precedenti, non ci ha convinto in questa Carmen, andata in scena, dopo il debutto del Regio di Parma, al Municipale Valli di Reggio Emilia. Un’idea, anche quando è azzeccata, non sempre porta a realizzazioni convincenti.

La scelta di partire dal dopo, il dopo della fine dell’opera, che vede don José scontare in carcere la pena per l’omicidio della seducente sigaraia, comprime tutto lo sviluppo della trama che si svolge a mo’ di ricordo, o peggio, di incubo, in una situazione tetra e grigia. Ne deriva una scenografia che perde tutto il suo fulgore evocativo, i colori e i profumi di una Spagna con danze e toreri.

In particolare quel rifulgente rosso, di passione, il rosso del drappo del toreador, di sangue, di cui l’opera é intensamente intrisa. E sostituito da un grigiore inconsueto. A tinte sfuocate che fa a pugni con la baldanza della narrazione. Tutto viene giocato dentro le mura di un carcere e non sai quando una scena é un ricordo o quando avviene, come nel caso della visita di Michaela che si scontra palesemente con le parole dell’opera. Se é condannato come fa Don José a seguirla, a raggiungerla anche perché sua madre sta morendo? Non era meglio accennare, come la Paoli fa, al rimorso di don José durante il preludio e poi lasciar scorrere liberamente l’opera?

Protagonista assoluta è stata la mezzosoprano reggiana Martina Belli, che ha dovuto attendere il compimento dei suoi quarant’anni perché il teatro della sua città si accorgesse di lei. Meritati gli applausi del pubblico, un po’ tifoso, di casa sua. Martina ha un canto molto robusto nei toni bassi ed é convincente quando spinge. Un po’ meno nel registro medio e nel fraseggio. Ma bisogna tener presente che la regia le impone di cantare ballando e sempre agitando le sue forme giovani e sensuali (è vestita, meglio svestita, come una modella in sfilata con biancheria intima).

Per questo alcuni tratti dell’abanera erano parsi un po’ sottotono. Per lei ovazioni, meritate, a fine opera. Di routine gli altri cantanti. Arturo Cachon Cruz é un convincente Don José, ma manca di espressività nella dolcissima romanza “Le fluer que tu m’avais jetees” che canta seduto come se raccontasse la cena della sera precedente. L’Escamillo di Marco Caria appare un po’ ruvido e dal canto sfilacciato, mentre la Michaela di Laura Giordano troppo di scuola. Per il resto buona, non ottima (ma non è possibile sistemare quei fiati che s’incespano?), la prova dell’orchestra Toscanini ben diretta dal maestro Bernacer, del coro (perché i solisti cantano senza mascherina, anche mentre si abbracciano, e il coro bendato?) e degli altri personaggi. Un’annotazione. Il teatro era gremito in ogni ordine di posti.

Si vede che la variante Omicron ama particolarmente il teatro d’opera, che resta, assieme ai cinema, l’unico grande evento senza limitazione alcuna.

 

 



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