Cinque minuti prima che fosse scattata questa foto, 22 giugno 1986, che ritrae Diego Armando Maradona impegnato nella realizzazione del gol più bello della storia, il 2-0 sull’Inghilterra allo stadio Azteca di Città del Messico, lo stesso numero dieci dell’Argentina aveva portato in vantaggio la sua Nazionale con un gol di mano, una rete di rapina che sul momento ingannò tutti arbitro compreso.
Una mano che nel dopo partita l’autore stesso definì “la mano de Dios”, il furto supremo favorito dalla sorte che restituì almeno in parte agli argentini la dignità di nazione sconfitta dagli inglesi nella guerra delle Isole Falkland (o Malvinas, a seconda dei punti di vista). Nel match che valeva la semifinale dei Mondiali messicani, e che venne conquistata dai biancocelesti come poi la successiva finale e la Coppa del Mondo, si possono leggere i due lati del campione leggendario scomparso stamani a soli sessant’anni: lo splendore del genio assoluto applicato all’epica dei nostri tempi, il gioco del pallone appunto, e il lato malandrino, ribelle, autolesionista del suo ego più profondo.
Per chi ami il calcio e in esso legga qualcosa d’altro che ventidue uomini in mutande alla rincorsa di un pallone – ad esempio genio, intuito, intelligenza, energia, poesia persino, comunque qualcosa che ha a che vedere con il Sublime – Maradona è stato un eroe per soli adulti, la cui condotta individuale di vita ha rappresentato tutto fuorché un esempio da offrire alla gioventù e ai tifosi di tutto il mondo. Eppure nonostante (e non grazie a) questo la sua grandezza di prescelto dal destino per incantare le folle dinanzi al Bello costringe chi ne abbia conosciuto le gesta a fare i conti con il mistero: il male dietro al bene, o viceversa, la dicotomia filosofica, l’ombra dietro la luce.
Come fosse morto un Michelangelo o un Caravaggio, il mondo piange oggi un uomo nato e rimasto povero malgrado l’immensità del suo talento e le sue materiali ricchezze. E come i grandi della storia, le sue gesta rimarranno.







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