Tutto iniziò a 12 anni a San Siro col Boss

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Chitarrista e cantautore bolognese, a soli 16 anni, Leo Meconi ha già tanto da raccontare.
Invitato a suonare sul palco di San Siro a soli 12 anni da Bruce Springsteen e ribattezzato dallo stesso “Boss”, in seguito alla sua sorprendente performance, “Guitar Man”; notato, qualche anno dopo, da Dodi Battaglia, che ha curato la produzione artistica del suo primo disco di inediti “I’ll Fly Away”; reduce dall’esperienza di X-Factor 2020, dove – fino alla fase finale dei “Last Call” – ha emozionato e stupito giudici e pubblico a casa; il giovanissimo Leo Meconi esce con il nuovo singolo “Angels & Outlaws”, pregno delle influenze rock e pop che ha assimilato nel suo brillante avvio di percorso.

Leo, sei stato accostato ad artisti del calibro di John Denver, Paul Simon e Nike Drake: non è roba da poco. Cosa si prova? Si vola, o se ne approfitta per andare avanti a testa china, cercando di consolidare?

<<Mi fanno naturalmente sempre molto piacere i commenti positivi, ma cerco comunque di andare avanti, rimanendo con i piedi per terra. I complimenti, mi stimolano e mi aiutano a metterci ancor più grinta: soprattutto in questo periodo, suono tantissimo dentro casa, faccio pratica e studio>>.

“Maneggi” la chitarra dall’età di 7 anni e hai iniziato a comporre le tue prime canzoni a 12. Quali sono state le tue influenze musicali?

<<Amo da sempre la musica americana, i grandi classici, da Johnny Cash a Bruce Springsteen, da Bob Dylan a Elvis Presley. Sono cresciuto con la musica che mi facevano sentire i miei genitori, inglese e americana, è solo negli ultimi anni che ho cominciato ad ascoltare pop moderno, stile Ed Sheeran, Shawn Mendes, Lewis Capaldi>>.

Prima di “I’ll Fly Away”, il disco d’esordio fatto con Dodi Battaglia, ha pubblicato due raccolte digitali di cover. “It’s just me… and my guitar”, contiene la bellezza di 46 cover dei tuoi autori preferiti e 4 inediti, tra cui “Guitar Man”, che racconta proprio la serata del 5 luglio 2016 a San Siro, in cui “Bruce” ti ha invitato sul palco. Quella serata, in una parola?

<<Non basterebbe una giornata per raccontarla. Potrei descrivertela come magnifica, indimenticabile, bellissima, ispiratrice, ma non sarebbe sufficiente. Avevo davanti a me 80 mila persone, mi tremavano le gambe, ma si è accesa la scintilla.
Avevo già iniziato a prendere lezioni di chitarra, ma è stato grazie a quel palco che è scattata la voglia anche di cominciare a scrivere canzoni.
Ho capito quella sera, che questo è quello che voglio fare nella vita>>.

Come hai fatto Leo, non mi dire che tra 80mila, al buio, lui ha scelto te…

<<Lo avevo già incontrato varie volte. Quella sera ero sotto al palco, avevo un cartello con scritto “posso suonare la chitarra con te?”, lui mi ha riconosciuto e mi ha chiamato davvero sul palco. Incredibile>>.

A luglio di quest’anno hai pubblicato il singolo “Self-Respect”, realizzato da remoto durante il lockdown, e oggi esci con “Angels & Outlaws”. Scrittura essenziale, sound moderno, genesi generazionale. Ti fai portavoce dei giovani, incerti sul proprio futuro, ma allo stesso tempo speranzosi. Spiegati meglio, sono curiosa…

<<La canzone l’ho scritta verso maggio, alla fine del primo lockdown: non avevo sentito fino a quel momento la necessità di scrivere sull’epidemia, su quello che stavamo vivendo. Poi, è arrivata la notizia in televisione: l’immagine di un uomo inseguito in spiaggia dalla polizia. All’improvviso una passeggiata al mare era diventata un gesto fuorilegge, da prima pagina. Così è nata “Angels & Outlaws”: la situazione che stavamo vivendo era surreale; un gesto che fino a poco prima era più che normale, si era trasformato in scempio.
La canzone parla proprio delle contraddizioni della società attuale; parla di povertà e di depressione, di menefreghismo e di ipocrisia. Ma parla anche di speranza e di persone che piangono lacrime di notte ma si rimboccano le maniche di giorno, persone che vanno avanti nonostante tutto. Ci sono i cinici e ci sono i medici, gli ipocondriaci e gli scellerati.
Siamo tutti un po’ angeli e un po’ fuorilegge; dobbiamo decidere noi da che parte stare>>.

Hai iniziato ad elaborare un piano per il tuo futuro?

<<Stiamo iniziando, con la mia casa discografica, un progetto per il 2021 che mi terrà impegnato tutto l’anno; tra qualche giorno lo annuncerò sui social, perché partirà a gennaio. E’ ancora presto, non posso spoilerare più di tanto, ma è un’idea nuova, pensata su misura al periodo che stiamo vivendo. A me piace molto e spero che piacerà altrettanto al pubblico>>.

Le tue influenze sono chiare e lo hai ampliamente dichiarato, canti da sempre in inglese ma sei di Bologna e visto che vieni da una terra con un’identità musicale precisa, senti un minimo di appartenenza a questo mondo, o no? C’è qualcosa di Bologna in te?

<<Si assolutamente, adoro la mia città, adoro Bologna. Ultimamente ho iniziato ad ascoltare anche musica italiana e in particolare, i mostri sacri bolognesi, da Dalla a Cremonini. Io mi sento bolognese, sono davvero molto attaccato alla mia città, anche se ho origini musicali molto diverse. Mi sto, pian piano, avvicinando alla musica italiana>>.

E chissà che un giorno…




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