Società, se ci sei batti un colpo

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Berselli dice che l’Emilia è terra di gente concreta, non mi smentisco e prima ancora di iniziare questa rubrica credo che sia bene chiarire come mi dovete leggere. Non vi propongo verità assolute, non credo nella provocazione eccessiva fine solo al far parlare di sé e non mi ritengo una luminare degna di insegnare a voi qualcosa.

Mi prendo come compito quello di dare un punto di vista, dal grandangolo allo zoom più dettagliato: una personale visione di chi, a 24 anni, studia, lavora e si sente tanto reggiana quanto europea.

Jean Jacques Rousseau

Le mie riflessioni nascono anche da una necessità di avere un dialogo con voi, di capire in cosa siamo distanti e quali punti di contatto abbiamo. Già, perché una società deve necessariamente basarsi su una riflessione di fondo, su un pensiero che tutti i cittadini possano condividere: un contratto sociale, per citare Rousseau.

Ma noi, ventunesimo secolo della globalizzazione e del 4.0, abbiamo ancora un contratto sociale su cui basarci? Ne avremmo già uno a disposizione, scalpita e non vede l’ora di essere applicato nella sua totalità: la Costituzione. Ma basta averne una basilare conoscenza, come le due ore di diritto che facevo al liceo, per farmi dire che non è certamente preso in considerazione.

L’articolo 13 sancisce l’inviolabilità della libertà personale, puntualizzando che non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Il caso Diciotti e l’incredibile successo che hanno portato al nostro Capitano non mi sembra prettamente andare in questa direzione. Il bisogno che avevamo di sfogare la nostra frustrazione e rabbia su 177 persone mi fa dire che questo articolo nemmeno è stato letto da molti di noi.

O ancora, l’articolo 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona. In un paese in cui l’ascensore sociale resta completamente bloccato e il 40% del nostro reddito futuro è
 determinato dalle condizioni economiche della nostra famiglia, vedo di ardua applicazione questo bellissimo articolo.

E a livello locale, invece, noi cittadini reggiani quale base comune di pensiero possiamo dire di avere? Tra le chiacchiere scambiate ogni giorno al bar e nel salotto social qual è Facebook, è con amarezza che mi trovo a pensare che siano pochi i punti di contatto che abbiamo.

Ho sempre immaginato la storia di Reggio come collegata da un filo rosso ben chiaro: l’attenzione alle persone e il “seminare oggi per raccogliere domani”. Scuole, sanità, educazione prescolare e servizi alla persona come armi per affrontare e modellare il futuro. Ricerca, conoscenza e formazione elevata come armi per entrare nel domani; invito tutti quanti a prendersi un’ora di tempo per entrare al Tecnopolo e vedere le start-up innovative che vi sono e i centri di ricerca e innovazione.

Manca però, in noi stessi, un metro per giudicare ciò che abbiamo, una scala di importanza che ci faccia esprimere un giudizio sulla nostra città. 
Pesiamo con la stessa bilancia l’euro del parcheggio, la realizzazione del Core e il cantiere del Mire. Usiamo lo stesso metro di giudizio per la buca in via Brigata Reggio e il fatto che, nonostante la crisi, non siano stati tagliati i fondi per i servizi alla persona.

Esprimiamo tutta la nostra rabbia su Facebook per i pilomat installati in via Emilia, documentiamo il tutto con brillanti dirette e non ci poniamo nessun tipo di problema se vengono tolti i fondi per la Campogalliano-Sassuolo, opera che alleggerirebbe il traffico anche sulla nostra via Emilia.

E da ultimo, alla chiusura di uno dei processi più importanti come Aemilia, non ci poniamo il problema che l’ingente lavoro portato avanti da giudici e pm esca da quelle aule ed entri nelle nostre coscienze, ma ci interroghiamo sul destino dell’aula bunker creata appositamente per il processo.

Margaret Thatcher in un suo celebre intervento disse “There is no such thing as society”, ci sono solo uomini e donne che costruiscono famiglie ma non esiste nessuna società. Non ho mai voluto credere a questo sgretolamento del nostro legame di fondo, alla banalizzazione delle città a mero agglomerato di famiglie e singoli individui. Non ho nessuna intenzione di arrendermi a un futuro di singoli individui, nemmeno alla luce delle riflessioni fatte fino a qui.

A un quartiere di villette con giardini all’inglese ho sempre preferito un grande parco pubblico, magari con uno scivolo in meno, ma di tutti. A un insieme di cittadini preferisco una comunità.




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