Settembre

hamburger fast food – US

Passato Ferragosto comincia il vero anno nuovo. Gennaio è una convenzione del calendario, settembre una ripartenza reale. Si torna al lavoro, riaprono le scuole, riprendono le città. Dopo la sospensione estiva rimettiamo ordine nelle giornate e qualche volta anche nella vita. È il tempo dei buoni propositi, quelli che spesso durano poco ma dicono qualcosa di noi: mangiare meglio, camminare, bere meno, smettere di fumare, dormire di più. Quest’anno avremmo qualche ragione in più per prenderli sul serio.

Abbiamo attraversato un’altra estate terribile sul piano climatico. La Terra si riscalda, i ghiacciai arretrano, l’acqua diventa una risorsa più preziosa, la domanda di energia aumenta. Non stiamo parlando del mondo che verrà. È quello nel quale già viviamo. Mentre cambia l’ambiente intorno a noi, cambia anche un altro dato fondamentale della nostra esistenza: viviamo più a lungo. È una delle più grandi conquiste della storia umana. La medicina cura malattie che uccidevano, anticipa le diagnosi, prolunga la vita. Proprio questo successo apre una questione che abbiamo affrontato molto meno: non quanti anni riusciremo a vivere, quanto come li vivremo.

L’Italia invecchia. Le cronicità accompagnano una parte crescente dell’esistenza. Obesità e diabete di tipo 2 sono diventati grandi problemi delle società ricche e riguardano anche persone giovani. Arrivare a novant’anni è una conquista. Arrivarci dopo vent’anni di malattie croniche, farmaci e perdita progressiva dell’autonomia è un’altra cosa. Abbiamo costruito una formidabile macchina della sanità. Molto meno una cultura della salute. La medicina ha imparato a curare il corpo. La cultura non ci ha ancora insegnato ad abitarlo.

Il cibo racconta bene questa contraddizione. Per millenni il problema dell’umanità è stato procurarselo. La fame ha accompagnato la storia molto più dell’abbondanza. Poi, in una parte del mondo e nel giro di poche generazioni, tutto è cambiato. Oggi possiamo mangiare sempre, ovunque, in qualsiasi stagione. L’industria produce quantità immense di calorie a prezzi bassissimi. Siamo diventati straordinariamente bravi a produrre cibo e molto meno a governare l’abbondanza.

Un panino può costare due o tre euro. Fermiamoci al prezzo. Dentro quei soldi devono stare la carne, il pane, il formaggio, le salse, la lavorazione, la refrigerazione, il trasporto, il personale, l’energia, il locale, la pubblicità, le tasse e, naturalmente, il profitto di chi lo vende. Due o tre euro. Di cosa pensiamo sia fatto, quel panino? Non è una domanda da salutisti. È una domanda economica prima ancora che alimentare. Per arrivare a quel prezzo occorrono materie prime a costi minimi, produzioni su scala gigantesca, processi industriali spinti fino all’ultimo centesimo.

Il miracolo del fast food consiste nel servirci qualcosa in tre minuti e nell’averci convinto che sia normale pagare un pasto meno di quanto costano pochi etti di una buona materia prima. Aggiungiamo patatine, salse e mezzo litro di bevanda zuccherata. Il modello alimentare americano ha conquistato il mondo con una formula formidabile: calorie a basso costo, velocità, standardizzazione, sapori costruiti per essere irresistibili. Non vende soltanto hamburger. Ha inventato un modo di mangiare. Quel modo di mangiare è uscito dai fast food ed è entrato nelle nostre case: merendine, snack, bibite zuccherate, biscotti, piatti pronti, prodotti ultra-processati che occupano metri di scaffali nei supermercati.

Non serve nemmeno entrare in un fast food. Basta osservare cosa è diventata la pausa pranzo di milioni di persone che lavorano. Venti minuti al bar, un panino preparato chissà quando, una focaccia riscaldata, un trancio precotto, qualcosa tolto da una confezione e infilato in un forno. Si chiama pranzo perché lo consumiamo all’ora di pranzo. Sul contenuto nutritivo sarebbe meglio non farsi troppe illusioni. Abbiamo compresso il tempo dedicato a mangiare fino a considerarlo quasi una perdita di tempo, salvo poi trascorrere ore davanti a uno schermo.

L’apericena riesce talvolta a fare persino peggio. Una parola orrenda per un’abitudine spesso altrettanto discutibile: alcol accompagnato da buffet di pizzette, focacce, patatine, salumi, fritti, salse e preparazioni rimaste esposte per ore. Doveva essere un aperitivo ed è diventato una cena senza la qualità di una cena, con in più l’alcol dell’aperitivo. Esistono locali eccellenti e prodotti ottimi, il fenomeno generale racconta altro: abbiamo trasformato il pasto in consumo rapido e il consumo rapido in socialità. Non è più soltanto il modello americano. È diventato il nostro.

Il prezzo racconta il resto. Spendiamo mille euro per un telefono, decine di migliaia per un’automobile, cifre importanti per vestiti, tecnologia e vacanze. Sul cibo cerchiamo spesso il ribasso. Terra, acqua, lavoro e tempo hanno un costo. Una buona materia prima costa. Un pane fatto bene richiede farine, competenza e ore di lavorazione. Il prezzo non certifica la qualità. Un prezzo incredibilmente basso racconta comunque qualcosa. Se un alimento costa pochissimo, qualcuno o qualcosa quel costo lo sta pagando.

Molte persone hanno già modificato le proprie abitudini senza aderire ad alcuna religione alimentare. Comprano meno e meglio, guardano cosa contiene un prodotto, per i figli fanno scelte diverse da quelle ricevute in eredità. Non hanno abolito il piacere, le feste, il ristorante, la pizza. Hanno cominciato a considerare il cibo per quello che è: qualcosa che entra nel nostro organismo più volte al giorno, per decenni. Sono scelte intelligenti, non una nuova morale.

La scuola, su questo, è rimasta indietro. Un ragazzo può trascorrere tredici anni sui banchi, studiare la cellula, l’apparato digerente, la fotosintesi e arrivare alla maggiore età senza conoscere quasi nulla di ciò che mangia ogni giorno. Può non sapere leggere davvero un’etichetta, distinguere una materia prima da un prodotto ultra-processato, capire quanto zucchero sta bevendo insieme a una bibita. Nel frattempo la politica italiana riesce a dividersi furiosamente sull’educazione sessuoaffettiva dei bambini. Destra e sinistra combattono l’ennesima battaglia identitaria mentre l’educazione alimentare e agli stili di vita resta ai margini. A me pare una sciagura.

La scuola non deve stabilire cosa mettere nel piatto. Sarebbe l’ennesima invasione pedagogica. Deve fornire conoscenza. Altrimenti consegniamo a un ragazzo diciottenne una quantità enorme di nozioni e pochissimi strumenti per governare il proprio corpo durante i sessant’anni che seguiranno. Sapere cosa sono gli zuccheri aggiunti, un alimento ultra-processato, una fibra, una proteina; comprendere un’etichetta, conoscere gli effetti di alcol e tabacco: non è salutismo. È cultura di base.

Il discorso non riguarda soltanto il cibo. Appartengo a una generazione libertaria. Abbiamo attraversato una stagione nella quale le droghe potevano essere vissute e raccontate come trasgressione, liberazione, esplorazione, persino ampliamento della coscienza. Quella cultura ha prodotto musica, letteratura, rottura delle convenzioni. Ha prodotto anche errori, dipendenze, vite distrutte e morti. Riconoscerlo oggi non significa rinnegare quella domanda di libertà. La mia generazione gridava che il corpo era nostro. Avevamo ragione. Non avevamo ancora capito fino in fondo che possedere qualcosa significa anche esserne responsabili.

Oggi conosciamo meglio gli effetti delle sostanze che introduciamo nel nostro organismo. Vale per le droghe e per quelle perfettamente integrate nella nostra cultura. L’alcol è una sostanza psicoattiva. Il tabacco contiene sostanze tossiche e cancerogene. Il fatto che un bicchiere accompagni una cena elegante e una sigaretta abbia attraversato un secolo di cinema non modifica la biologia. Non è un argomento a favore del proibizionismo. È un argomento a favore di una concezione adulta della libertà.

Il corpo è nostro. Possiamo bere, fumare, mangiare ciò che vogliamo, assumere sostanze, trascorrere le giornate seduti. La libertà diventa piena quando conosciamo le conseguenze delle nostre scelte. Altrimenti rischia di essere consumo, dipendenza o semplice abitudine. Persino “educazione alimentare” è una definizione troppo stretta. Stiamo parlando di educazione alla vita materiale: ciò che mangiamo e beviamo, quello che respiriamo, le sostanze che assumiamo, il movimento, il sonno. Di quel corpo che la cultura occidentale ha spesso lasciato in secondo piano mentre celebrava la mente e che oggi chiediamo alla medicina di riparare quando qualcosa smette di funzionare.

La medicina continuerà a fare cose straordinarie. Intelligenza artificiale, genetica, nuovi farmaci, diagnosi sempre più precoci ci regaleranno probabilmente altri anni. Resta un limite: nessuna tecnologia potrà rendere irrilevanti cinquanta o sessant’anni di comportamenti quotidiani. La questione, alla fine, è semplice e antica: che cosa facciamo della vita che abbiamo?

Settembre arriva ogni anno con la sua promessa leggera. Ricominciare. Cambiare qualcosa. Mangiare meglio, camminare, smettere di fumare, bere meno, dormire di più. Sorridiamo perché sappiamo che molti di questi propositi finiranno prima di ottobre. Non importa. Abbiamo conquistato anni che nessuna generazione prima di noi aveva avuto. Possiamo almeno cominciare a chiederci come vogliamo viverli.

È settembre.

nicolafangareggi.substack.com




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