Rodari, Reggio, i Cervi e la cura nell’educazione

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In questo anno rodariano mi fa piacere condividere alcune riflessioni sui legami tra Gianni Rodari e la nostra città e, in particolare, sull’ attualità della sua idea di scuola, ancora oggi, che credo legata, in particolare, a due fattori: da un lato Rodari incarna la pedagogia popolare del Novecento italiano e la scuola ben descritta nella nostra Costituzione; dall’altro, ammettiamolo, la scuola italiana, negli ultimi decenni, ha fatto passi all’indietro riproponendo aspetti negativi già presenti al tempo di Rodari e che lui stesso combatteva.

Nell’articolo «Educazione e Passione» pubblicato su Il Giornale dei genitori nel 1996, Rodari interviene «come padre di famiglia», quasi contrapponendosi alla figura diffusa della maestra-mamma. L a questione della cura e dell’educazione dei figli, oggi come allora, anche a sinistra, è vista da molti uomini come estensione della questione femminile. Rodari, in piena epoca di contestazione del padre da parte dei movimenti giovanili, fa invece della questione educativa una questione anche maschile, ponendola come questione etica, politica, sociale, vissuta come passione civile. Spiega che, per far crescere bene i figli, «non basta proteggerli»,- e qui viene in mente la definizione scuola materna, legata alla figura «materna», essenzialmente di protezione, che a Reggio Emilia, non a caso, diventerà scuola dell’infanzia, su suggerimento del bolognese Bruno Ciari, – ma occorre trasmettere ai figli una passione vera: etica e civile. Come? Senza offrire loro «discorsetti», ma esperienze.

Rodari fa due esempi.

I tanti giovani che si sono recati a Firenze per aiutare gli alluvionati; e qui fornisce una definizione di passione: «Intendo per passione la capacità di resistenza e rivolta: l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato, la volontà di azione e dedizione, il coraggio di «sognare in grande”: la coscienza del dovere che abbiamo come uomini, di cambiare il mondo in meglio».

Il secondo esempio è lo sciopero delle Reggiane a Reggio Emilia. Rodari parla con ragazzi da 8 a 13 anni. Si chiede se è giusto gettarli in mezzo a un mondo più grande di loro. A distanza di anni, rivede un ex bambino e scopre quanto, per per la sua formazione, è stato decisivo «partecipare al forte movimento popolare di allora: quanto determinanti le emozioni allora provate». E qui ci parla di un’educazione che, per essere vera, cioè anche morale e civile, deve essere «educazione dei sentimenti»; perché i minori possano «misurare la loro energia su scala più vasta che non siano la scuola e la famiglia», per «concepire ideali e imparare ad amarli sopra ogni cosa».

Simbolo di questa educazione appassionata è la città comunista di Reggio Emilia: oltre al già citato sciopero delle Reggiane, Rodari è a Reggio per l’80° compleanno di papà Cervi – a cui dedica il suo primo poemetto civile letto in teatro ai ragazzi – e, nel 1972, per il laboratorio con docenti delle scuole dell’infanzia e della scuola primaria da cui nascerà La grammatica della fantasia, non a caso dedicata alla città reggiana. Rodari riuscirà in un’impresa fallita da ogni letterato e artista italiano per adulti, ormai in pieno realismo dilagante: portare la giocosità del Surrealismo in Italia con la sua opera letteraria.




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