Dal 27 giugno 2019, giorno in cui sono scattate le prime misure cautelari, “si è registrato un clamore mediatico della vicenda tale da avere travolto non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari ma, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati, e per quanto qui rileva, degli stessi testimoni”: è un passaggio particolarmente significativo della sentenza di primo grado del processo relativo all’inchiesta “Angeli e Demoni”, nata per far luce sulle presunte anomalie negli affidamenti di minori nel sistema dei servizi sociali della Val d’Enza reggiana.
La sentenza su quello che nel tempo è diventato noto come il “caso Bibbiano” è particolarmente corposa: 1.650 pagine in cui il collegio di giudici del tribunale di Reggio, formato da Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini, ha delineato il percorso che ha portato alla decisione del 9 luglio 2025: condanna per solo tre delle quattordici persone (tra assistenti sociali, educatori, psicologhe e genitori affidatari) ancora imputate nel processo con rito ordinario, peraltro con pene decisamente più lievi rispetto alle richieste dell’accusa; assoluzione, invece, per le altre undici, in molti casi con formula piena “perché il fatto non sussiste”.
Tra le condanne, spiccavano i due anni di reclusione (per due capi di imputazione) per Federica Anghinolfi, l’ex responsabile dei servizi sociali dell’Unione dei Comuni Val d’Enza, considerata una delle figure chiave dell’inchiesta: per lei però l’accusa aveva chiesto ben undici anni e sei mesi di carcere, più tre anni e sei mesi per altri reati non connessi.
Era stato condannato a un anno e otto mesi, invece, l’assistente sociale Francesco Monopoli, braccio destro di Anghinolfi, per il quale la Procura reggiana aveva chiesto ben undici anni di reclusione, più un anno per altri reati non connessi; la terza condanna, infine, aveva riguardato la neuropsichiatra Flaviana Murru (per lei otto mesi di reclusione). Per tutti e tre, in ogni caso, la pena era stata sospesa.






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