Perché voto no (di Giulio Cesare Bonazzi)

giustizia

Voto no perché sto con i Giudici.
Sto con i Giudici perché ogni giorno difendono la nostra democrazia applicando la legge anche quando è scomoda e qualcuno – soprattutto chi governa – non gradisce.
Sto con i Giudici perché molti di loro hanno dato la vita per difendere lo Stato.
Sto con i Giudici perché molti di loro – ancora oggi – continuano a rischiarla, vanno in giro con la scorta e rinunciano a una vita normale, alla famiglia, ai figli.
Sto con i Giudici perché sono l’ultimo baluardo alla barbarie di questo Governo che si è già mangiato il potere legislativo e vuole divorarsi anche il potere giudiziario.
Governo che non manca occasione di offenderli e delegittimarli, con attacchi scomposti e volgari.
Governo che li vuole deboli e screditati, riducendo così la capacità di contrasto alle mafie, ai corrotti e – soprattutto – alla classe politica.
Governo che li paragona – con il suo Ministro di Giustizia – ai mafiosi.
Quest’ultimo, braccio armato meloniano, non perde occasione, quotidianamente, di attaccare, con la bava alla bocca, i Giudici, non appena osano dire la loro o emettere una sentenza non gradita.
Dopo l’intervista di Gratteri, il Ministro ha chiesto il test psicoattitudinale ai Magistrati.
Non solo all’inizio, ma anche a fine carriera.
E allora, io dico che al Ministro Nordio, che più volte ha esaltato in pubblico la sua grande passione per gli spritz, bisognerebbe chiedere l’alcol test prima di ogni intervista, ma soprattutto, prima che vada a sedersi sul suo scranno di Ministro in Parlamento.

Voto no perché sto con i cittadini.
La legge sottoposta a referendum viene gabellata come una riforma della giustizia, mentre invece per come si può vedere dal testo letterale: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” ha per oggetto solo ed esclusivamente la riforma della Magistratura.
Con un unico preciso obiettivo. Quello di indebolire i Pubblici Ministeri e mettere loro la mordacchia.
La pseudo riforma sulla separazione delle carriere non serve a nulla.
Di certo non serve ai cittadini.
Perché non tocca nessuno dei veri problemi della Giustizia.
Perché la Giustizia resterà tale e quale è adesso.
Lunghissima e costosissima.
Lunghissima perché mancano i Giudici, mancano i Cancellieri, manca il personale impiegatizio.
Costosissima perché oramai, fra contributi allo Stato e parcelle agli Avvocati, alla Giustizia possono accedere esclusivamente i ricchi e i potenti.
Che la piegano e la indirizzano come e dove vogliono.
Guarda la cinguettante Santanchè.
Sotto processo da quattro anni per truffa aggravata in danno dell’Inps.
Per un motivo o per l’altro, riesce sempre a sfangarla e a non farsi processare.

Voto no perché sto con Gratteri.
Il Procuratore Capo di Napoli, pochi giorni fa, in un’intervista su una emittente calabrese, ha dichiarato che votano sì “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con la giustizia efficiente”.
Condivido parola per parola.
Posso solo aggiungere che qualcuno, in buona fede, è convinto che la riforma porti benefici.
Altri ancora votano sì soltanto per obbedire ai partiti di appartenenza.
Ben sapendo che questo non è un referendum sulla Giustizia ma sulla Presidente del Consiglio.

Voto no perché la maggior parte degli Avvocati vota sì.
La maggior parte degli Avvocati è schierata per il sì.
Facile la spiegazione. Trattasi di categoria benestante e notoriamente di destra.
Alcuni votano sì soltanto perché hanno dei conti da regolare con i Giudici.
In particolare, con i Pubblici Ministeri.
Altri votano sì solo perché qualche Giudice ha avuto l’unico torto di dare loro torto.
Un sì, dunque, dal sapore chiaramente vendicativo.
In ogni caso, sia ben chiaro che la Giustizia resterà sempre la stessa.
Anche con la vittoria del sì.
Con un’unica granitica certezza: ricchi e potenti nelle loro ville con piscina, sulle loro potenti auto.
Casomai acquistate con denaro evaso.
E i poveracci, come sempre, a marcire nelle patrie schifose, indecenti galere.

Giulio Cesare Bonazzi



Ci sono 7 commenti

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  1. Giuliano

    Fra le ragioni del NO, non da ultima e’ la necessita’ di evitare che i magistrati siano in alcun modo scelti a priori dal potere esecutivo per ovvie ragioni. Se nella scuola la carriera degli insegnanti fosse determinata dal giudizio degli studenti, quanti ” condannati ” a ripetere l’anno si potrebbero avere ?

  2. Comitato per il Si

    Dire “voto no perché sto con i giudici” sposta il tema dalla riforma dell’ordinamento giudiziario alla fedeltà verso una categoria. Ma il referendum non chiede se stimiamo o meno i magistrati. Chiede se l’attuale assetto – con giudici e pubblici ministeri appartenenti allo stesso ordine – sia il migliore possibile in termini di equilibrio costituzionale. Confondere il rispetto per le persone con l’intangibilità del sistema significa sottrarre ogni riforma alla discussione democratica.

    Il richiamo ai magistrati uccisi o sotto scorta è moralmente forte ma logicamente improprio. Il sacrificio individuale di molti servitori dello Stato non può trasformarsi in un argomento per bloccare qualunque modifica ordinamentale. Le riforme non si fanno contro chi rischia la vita, ma per rafforzare le istituzioni nel lungo periodo.

    L’idea che il Governo voglia “divorare il potere giudiziario” è una lettura politica, non un’analisi normativa. La separazione delle carriere, per come delineata, non elimina l’indipendenza della magistratura, non sopprime l’inamovibilità, non sottopone il pubblico ministero all’esecutivo e non incide sull’obbligatorietà dell’azione penale prevista dall’art. 112 della Costituzione. Il nodo tecnico è se chi accusa e chi giudica debbano condividere lo stesso percorso di carriera e lo stesso organo di autogoverno. Questo è un tema strutturale, non uno scontro tra democrazia e barbarie.

    Sostenere che la riforma “mette la mordacchia ai PM” presuppone una subordinazione al potere politico che nel testo non è prevista. Il pubblico ministero resterebbe magistrato, autonomo e indipendente. Se si vuole contestare la riforma, bisogna dimostrare in che modo concreto verrebbero ridotte le sue garanzie costituzionali, non evocare scenari suggestivi.

    L’argomento secondo cui la riforma non serve ai cittadini perché non riduce i tempi dei processi mescola piani diversi. L’efficienza organizzativa – carenza di personale, tempi lunghi, costi elevati – è un problema reale, ma distinto dall’assetto ordinamentale. La terzietà del giudice non riguarda la durata del processo, bensì la sua architettura istituzionale. Si può sostenere che l’attuale sistema sia sufficiente, ma non si può negare che la questione della separazione delle funzioni incida sulla percezione e sulla struttura dell’imparzialità.

    Ancora più problematico è l’argomento secondo cui chi vota sì sarebbe composto da indagati, massoneria deviata e centri di potere. Attribuire motivazioni criminali o oscure a una parte dell’elettorato significa sostituire l’analisi con la delegittimazione. In democrazia si discutono le norme, non si patologizza l’avversario.

    Anche l’affermazione che “la maggior parte degli avvocati vota sì perché ricca e di destra” è una semplificazione sociologica che evita il merito. Molti penalisti sostengono la separazione delle carriere per una ragione tecnica: rafforzare l’equidistanza tra accusa e giudice. Si può dissentire, ma liquidare quella posizione come vendetta di categoria non è un argomento, è una caricatura.

    Infine c’è una contraddizione interna: si sostiene che la riforma non cambierebbe nulla e, nello stesso tempo, che rappresenterebbe un colpo mortale alla democrazia. Le due tesi non possono stare insieme. O è irrilevante, oppure è dirompente. In entrambi i casi serve un’analisi coerente.

    Il punto vero è uno solo: vogliamo mantenere un sistema in cui giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono governo autonomo e cultura professionale, oppure vogliamo un assetto con carriere distinte per rafforzare strutturalmente la terzietà del giudice? Questa è una scelta di architettura costituzionale. Non è una dichiarazione di fedeltà a una categoria, né un referendum sul Governo, né un giudizio morale sui magistrati.

    Se il confronto resta su questo piano, è un dibattito serio. Se diventa una guerra di appartenenze, smette di essere giuridico e diventa solo politico.

  3. Ivaldo Casali

    Perchè votare SI’:
    Per avere un giudice davvero terzo ed imparziale (Art. 111 Cost.);
    Per avere una giustizia più giusta e rispettosa del cittadino (anche se vota SI’);
    Per avere magistrati più responsabili ed evitare i numerosi casi “Tortora”;
    Per eliminare il sistema e lo strapotere delle partigianerie correntizie;
    Per avere un sistema all’altezza delle democrazie moderne occidentali;
    Per avere un’Alta Corte disciplinare in linea con il principio che, FINALMENTE, chi sbaglia paga come tutti i cittadini!

  4. Ipocrisia unica Dea

    Nonostante la verve non è convincente, nessuna sillaba per i numerosi casi in cui chi ha sbagliato non ha poi pagato. Sono intoccabili?


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