Obbedienza fino alla morte, via della vita

Don Giuseppe Dossetti

La Quaresima inizia con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. I vangeli di Matteo e di Luca le narrano per esteso, mentre Marco rivolge la sua attenzione al senso della tentazione e al suo ruolo nella vita di Gesù e in quella della Chiesa.

L’inizio del racconto è sorprendente. Gesù è appena stato battezzato da Giovanni nel fiume Giordano e lo Spirito Santo è sceso su di lui in forma di colomba. Ora, lo Spirito “getta” Gesù nel deserto: il verbo è fortissimo, indica un’azione irresistibile, è Dio che vuole che il suo Figlio vada a misurarsi con il tentatore. La tentazione è opera di Satana, della sua intenzione malevola verso l’uomo: ma Dio la usa per il suo scopo di bene. Qual è questo scopo?

Agostino scrive stupendamente: “La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova”. Dio non rifugge dallo scontro con Satana e neppure vuole che lo facciano il suo Figlio e i suoi figli. Fuggire, sarebbe una sconfitta; pretendere che Dio risolva i nostri problemi lo trasformerebbe in un idolo. Qui, invece, è in gioco proprio il senso della parola “figlio”. Adamo aveva rinunciato ad avere un Padre, nella pretesa di essere lui il dio di se stesso; Israele, nel deserto (quaranta anni!), era stato costantemente messo di fronte all’alternativa del vitello d’oro. Ora, Gesù anticipa nel deserto la grande scelta della sua vita: la “forma”, che egli sceglie e che propone a chi vuole essere veramente uomo, è questa: “Divenne obbediente, umiliando se stesso fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Pilato è involontariamente profeta, quando lo proclama: “Ecce homo”, questo è l’uomo. Gesù, per parte sua, coronato di spine e sanguinante in ogni membro, osa proclamare “Io sono re!” (Gv 18,37). L’obbedienza fino alla morte è la via della vita e della gloria. Il vangelo delle tentazioni lo indica, mostrando Gesù che vive in mezzo alle fiere, in un nuovo Eden, mentre gli angeli lo servono.

Sbaglieremmo, se vedessimo in questa pagina del Vangelo la proposta di una via eroica, accessibile solo a qualche gigante nella fede. Dio conosce la debolezza dell’uomo: proprio per questo egli entra personalmente nel campo della lotta con Satana. La passione di Gesù non è l’atto esemplare dell’eroe. Essa è invece l’appello di Dio all’uomo. Scrive san Paolo: “Era Dio che riconciliava a sé il mondo in Cristo … Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,19-21). “Dio lo fece peccato”, cioè tutto ciò che è male, malvagità, dolore, debolezza, tradimento, tutto viene caricato sull’Agnello innocente, al punto che nessuno di noi può restare fuori da questo abbraccio. Sempre sant’Agostino scrive: “Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria”.

Abbiamo bisogno di consolazione nel tempo presente, che è tempo di grande tentazione. Siamo tentati di pensare che Dio si sia dimenticato di noi, che in fondo noi non gli importiamo, o che anche lui non possa far nulla per cambiare il corso delle cose. Oggi, egli ci mette davanti il suo Figlio e ci chiede di non temere, di non fuggire nella tristezza e nella passività, ma di credere nella via dell’obbedienza e dell’abbandono nelle sue mani. Ancora Agostino: “Se siamo stati tentati in Cristo, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato”.




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