Non c’è cristianesimo senza Cristo

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Gesù dice: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,4s.). Ho l’impressione che, invece, Gesù venga ridotto a promulgatore di valori nobilissimi, ma difficili da mettere in pratica.

In ogni caso la sua persona, il rapporto con lui, assomiglierebbe a quello di altri grandi riformatori religiosi, come Buddha, Confucio, Maometto. Essi sono morti e sopravvivono nel loro messaggio. Ma il sepolcro di Cristo è vuoto e l’angelo dice alle donne: “È risorto, non è qui!”. La novità dell’annuncio cristiano è proprio quello della risurrezione, cioè della presenza del Cristo nell’oggi del discepolo.

Questa presenza, Gesù la chiama il “regno di Dio”. Infatti, egli non considera la sua persona come il punto d’arrivo della storia: egli si considera il mediatore di un rapporto, questo in verità definitivo, con quel “Tu” che egli chiama “Padre”. Alla domanda di Pilato, se egli sia re, egli risponde affermativamente, anche se la situazione è paradossale: un prigioniero, un condannato a una morte vergognosa, uno che non ha esercito, che non ha ricchezze né alcuna forma di potere, si propone come alternativa all’Augusto, al padrone del mondo. Non meraviglia che i suoi discepoli fuggano a nascondersi, e che i discepoli di oggi siano tentati di operare sconti o riduzioni.

L’evidenza si ha nella separazione tra la dottrina di Gesù e i sacramenti, in particolare l’Eucaristia, la Messa. I sacramenti sono la via ordinaria, voluta da Gesù stesso, del rapporto con lui, di quell’innesto nel tronco della vite, che genera frutti di opere buone. Certamente, la Messa non è facile da vivere e da comprendere; tuttavia, la difficoltà non sta nel linguaggio o nel simbolismo dei riti. La Messa è difficile perché ci chiede di riconoscere la nostra povertà o, meglio ancora, la nostra malattia mortale. Se lo facessimo, la medicina sarebbe magari amara, ma la cercheremmo con tutta l’anima.

Tutto quello che sto cercando di dire si riassume nella parola “Grazia”. Dice san Paolo: “Per grazia siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2,8ss.).

L’apostolo ci dice che le opere sono importanti, ma sono la conseguenza di quell’atto di consegna di sé, che è la fede, quando riconosco che tutto quello che ci dice il Vangelo, o il Credo, è avvenuto e avviene per me. Per me e in me si compie la grande storia dell’amore di Dio per il suo popolo. Questo popolo è un popolo di poveri: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli”, esordisce il Discorso della montagna (Mt 5).

“In spirito”, cioè fino in fondo alla nostra storia; “beati”, perché Dio ha scelto loro, dice san Giacomo: “Dio ha scelto i poveri nel mondo, perché siano ricchi nella fede” (Gc 2,5). Dio li ha scelti non per i loro meriti, ma proprio perché assomigliano al suo Figlio; la Chiesa viene salvata dai poveri, che vanno amati e serviti. È attraverso di loro che ci uniamo al Cristo: essi sono la nostra via, come dice Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).

Non c’è cristianesimo senza Cristo, e neanche senza l’Eucaristia e senza i poveri. Rinunciamo a pretendere da Dio che giustifichi il suo operare nel mondo. La superbia umana fa anche questo. Noi capiremo se ci lasceremo guidare da Lui, con la convinzione che ci sarà dato il pane della consolazione quotidiana. Questa è l’essenza della fede, che è essa stessa un cammino.

“Credo ut intelligam”, hanno detto sant’Agostino e sant’Anselmo: credo per comprendere, ma soprattutto desidero udire la voce del Buon Pastore. Fa’, o Signore, che conosca i miei limiti, per non peccare di superbia; e rivelami la tua misericordia, perché io abbia la certezza che per te tutto è possibile, perché in te tutto è grazia.




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