Nel Blue Monday di Reggio

centro storico Reggio via Emilia San Pietro Floris – FM

Nel disordine della cartellonistica locale, a Reggio Emilia campeggiano i segni dell’inefficienza fattasi sistema. Il paesaggio urbano è già quello che è; il 20 gennaio, poi, restano in giro come relitti i brandelli delle ricorrenze prodotte dal Comune: la giornata antiviolenza di novembre, il Natale, il Capodanno in piazza, il Tricolore improvvisamente declinato in blu. Un museo dell’effimero istituzionale, all’aperto e senza biglietto.

Nel Blue Monday – convenzionalmente il giorno più triste dell’anno – non mancano gli elementi di contorno: furti con scasso in via Emilia, pieno centro; annunci di negozi che chiudono; promesse cicliche di riqualificazione, sicurezza, ripresa sociale e culturale. Gli assessori si prodigano via social a spiegare che tutto, se non va benissimo, andrà meglio. Seguono onde di commenti irripetibili, che però hanno il pregio della sintesi.

Ci sono almeno due generazioni di reggiani che non ci credono più. Non è una questione di appartenenza politica: è proprio cambiata la vita quotidiana. Gli spazi di libertà si sono ristretti, il senso di comunità si è sfilacciato, e il peggioramento non è solo costante: è esponenziale.

Sarebbe ingiusto addebitare a questo piccolo ceto politico locale la responsabilità esclusiva di un degrado che dura da trent’anni e che ha attraversato stagioni diverse, sempre però nella stessa direzione: verso il basso. Qui non siamo di fronte a un incidente di percorso, ma a una traiettoria coerente.

La degenerazione sociale del centro storico è figlia di errori antichi, decisi a tavolino. I presidi pubblici storicamente collocati nel cuore della città e forzosamente trasferiti in periferia sono il prodotto di scelte maturate già negli anni Ottanta. La stagione dell’affarismo – cara a costruttori, subappaltatori, banche e politica – ha certamente arricchito qualcuno, ma tra anni Novanta e primi Duemila ha prodotto sciagure urbanistiche di portata cosmica.

Davvero vi sembra casuale che attorno allo stadio siano sorti i cosiddetti Petali, chiamati a sostituire il centro come luogo di ritrovo? La Reggio di oggi si rappresenta bene in quelle colate di cemento dove trionfano il mediocre, il brutto, l’odore persistente della sciatteria. Le coop edili sono fallite tutte nel giro di un biennio dopo la crisi dei subprime; il sistema avrebbe forse potuto interrogarsi, ma va ricordato che questa è una città in cui l’omertà non passa mai di moda.

Non solo Reggio è diventata più brutta e più insicura, soprattutto per le fasce più deboli. Non solo peggiorano scuola e sanità. Sparisce anche la voglia di uscire, in molti quartieri, ormai quasi ovunque. E anche qui l’errore sta alla radice: non si è voluto capire che l’integrazione non si costruisce nei convegni, ma si combatte ogni giorno negli angoli desolati dell’abbandono, nelle piazze dello spaccio, nelle risse tra ubriachi e nelle guerre tra etnie diverse che segnano interi quartieri.

No, non servirà gettare altro denaro pubblico per raccontare favole ai concittadini. Le cose non miglioreranno, almeno nel medio periodo. Anzi, andranno peggio per quei reggiani che questa città l’hanno costruita. I portici di via Emilia San Pietro, un tempo regno della vasca, resteranno latrina e teatro di lotta di posizione. La zona stazione continuerà a essere il simbolo, anche perché la linea del degrado si è già estesa verso sud: basta guardare alla Canalina. Di negozi, per come li abbiamo storicamente intesi, ne rimarranno pochi e di alta qualità, finché una minoranza benestante e non ancora arresa proverà a resistere. Per tutti gli altri, l’indirizzo è uno solo: stazione Mediopadana e biglietto di sola andata. Le balle – come si dice a Reggio – stanno in poco posto.




Ci sono 26 commenti

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  1. Giorgio Cassinadri

    Un tempo non così lontano percorrere i viali attorno alla stazione, come anche tutto il centro, rito “vasca” compresa, trasmetteva serenità e sana prosperità. Un bel, brutto, giorno quasi senza accorgercene gli stessi itinerari, gli stessi luoghi, come nelle dissolvenze dei film, hanno preso i contorni di scenari direttamente usciti dallo Jumanji, con i suoi ambienti ai confini della realtà avvelenati da paure ed ansie.
    In pochi ulteriori anni la progressione geometrica del degrado, assieme alla crescente minaccia per la sicurezza di chiunque, ha reso tangibile l’evidenza che Reggio non esiste più, non quella nota a chi abbia più di trent’anni.
    Non c’è più nelle forme e nei sentimenti conosciuti, non c’è più nemmeno nei nostri desideri stante la consapevolezza di un mondo scomparso e divenuto distopia realizzata.
    Un mondo non desiderato, calato sulle nostre teste da esperimenti sociali a matrice multiculturalista, inclusiva a tutti costi e, ça va sans dire, “politicamente corretta”.
    Questa magnifica opera di trasformazione deriva direttamente dall’ignavia, dall’incapacità e dalle convinzioni dei “giusti”, i noti depositari della Verità che, interpretando a loro uso e consumo il mandato ricevuto, attraverso l’autoinvestitura di maître à penser con costanza e convinzione “educano” i nativi a convivere con le culture “altre”, logismo idiota creato dal post sociologismo sessantottino, quello dei “… ccioé, nella misura in cui…”.
    Le culture altre che, chi l’avrebbe mai detto, ovunque oramai in europa, maiuscola non necessaria, ci stanno dicendo senza mezzi termini e non sottovoce che dobbiamo farci da parte.
    Poco importa se siamo a casa nostra, sono dettagli.
    Di fronte a tanto sfacelo c’è chi tenta rabberci dell’ultim’ora chiamando alla salvezza, progettando “Hub Urbani per il Centro”, che già così è ridicolo stante l’evidente tautologia e l’inutile nonché fastidioso impiego di anglismi.

  2. Maurizio

    Quando mi sono trasferito a Reggio nel 1994, mi sembrava la città dei balocchi, discoteche negozi le vasche in via Emilia sempre piene locali sempre pieni, cinema tutto bellissimo. Adesso mi sembra di vivere nella città dei morti viventi, trovi solo delle grandi palestre piene dove nessuno comunica con nessuno, vedo molto menefreghismo generale, senza parlare della delinquenza che peccato…..

  3. Bruno

    Caro Fangareggi, la chiusura dei negozi nelle città del nord, al sud è anche peggio, è realtà comune. Che non abbia avuto interventi di riqualificazione è una balla fuori dalla realtà, la sicurezza compete esclusivamente alle forze dell’ordine del ministero dell’interno. Non hai citato volutamente la dura protesta di tutti i sindacati di polizia per il calo degli organici da utilizzate nelle strade perché il tuo obiettivo è attaccare gli amministratori locali.
    Se la gente continua a scegliere a larghissima maggioranza questi amministratori non mi sembra così sciocca da non leggere la realtà in modo diverso da come la rappresenti to

    • pippo

      accipicchia bruno, ma se gli amministratori locali in realtà non hanno nessuna colpa e nessuna responsabilità in tutto quello che succede nella città allora possiamo eliminarli ed evitiamo spese inutili e tante chiacchiere… davvero credi che le città crescano o, in caso nostro, decrescano per colpa del caso? o per qualche cattivone a roma? chi pensi abbia deciso di spostare i servizi e quindi tutte le attività a loro collegate all’esterno del centro? chi ha dato i permessi di costruire i centri commerciali sulle strade con più traffico fuori dalla città? chi ha messo i divieti di transito e le zone a traffico limitato? chi cavolo pensi abbia preso queste decisioni?

    • Petrus

      Quale “larghissima maggioranza”?!
      Alle ultime elezioni amministrative, a Reggio Emilia non ha votato un elettore su due. Fra chi ha votato, la coalizione che che ha appoggiato Massari ha raccolto il 56% circa dei voti.
      Si può quindi affermare che circa un elettore su quattro (a spanne) abbia espresso sostegno per la Giunta Comunale in carica: le “larghissime maggioranze” erano ben altre.
      La Polizia Municipale dipende dal Comune ed è compito di chiunque amministri una città capoluogo di provincia dialogare con Questura, Prefettura e Forze dell’Ordine.

      Un esempio per smentirla? Le ricordo che la situazione in Zona Stazione è stata sempre sminuita e ridotta a “percezione” dalle due precedenti Giunte Vecchi, le problematiche di sicurezza (in massima parte ascrivibili ad immigrazione irregolare o comunque fuori controllo) sempre messe a tacere con l’accusa nemmeno troppo velata di ‘razzismo’: non stiamo parlando di città del Sud, parliamo di Reggio Emilia.
      Chiunque ami ed abbia a cuore la nostra città (forse non la sua) non può non riconoscersi nell’editoriale del direttore Fangareggi.

    • Simone

      Fangareggi le nostre città falliscono anche perchè la gente ha visioni del futuro come lei: nulle. Critiche condivisibili e giuste, ma il futuro si contruisce oggi con idee nuove, con modelli da seguire nuovi, non con la rassegnazione di chi sa che tanto il cambiamento non è propria responsabilità, quando invece lo è eccome di ognuno. I giovani cambierra la città.

  4. Davide

    Come non condividere tristemente quanto detto.
    Abbiamo svenduto la nostra città anche a causa di una ipocrisia diffusa a sostegno di una integrazione che senza controllo e senza pene non può essere realizzata se non a discapito della brava gente.
    Democrazia ?
    Ma dove !!

  5. Claudia

    Pero’ ..pero’ un appunto lo devo fare a questo articolo,giusto si ma un pochetto snob,non vi pare,??i vari centri commerciali petali etc saran anche squalliducci ma non tutti noi reggiani possiam permetterci via Montenapoleone
    Un povero proletaro si porta la famiglia ai petali..

    • pippo

      snob? claudia sono appena passato davanti al nuovo centro commerciale dove si è spostato mediaworld, un capannone prefabbricato al grezzo con cartelli e scritte che sembrano di cartone, una costruzione di uno squallore e di una sciatteria indegna di una città, che ricordo, non è per nulla povera in tutte le classifiche nazionali!!!

    • Petrus

      vada pure ai Petali, è proprio il posto adatto a lei: un “non luogo” dove degustare le prelibatezze del KFC o i popocorn bisunti del multisala, ammirare gli stracci di qualche catena di “fast fashion”, in ottima compagnia di gang di maranza… Che bello portare la famiglia ai Petali, che giornatona!

  6. Claudia

    Hay me,anzi hay noi,purtroppo reggio non funziona piu..mi piange il cuore a vedere la mia citta,son reggiana da 7 generazioni, ridotta cosi,qui la politica,come in tante altre citta ,destra,sinistra,non funziona piu,ce da chiedersi dove sbagliamo?
    La sanita sta andando in malora
    Le scuole,forse tolto reggio children,forse..non vanno,avanza il privato..con mio grande orrore..
    Essere giovane a reggio e terribile,io a 60 anni suonati mi chiedo che diavolo fanno qui ste ragazzi

    • Petrus

      Reggiana da 7 generazioni? Non si direbbe, dalla sua prosa e dal suo lessico…non ha beneficiato del supporto pedagogico degli “asili più belli del Mondo” ?! Continui a scrivere, quando avrà altre perle di saggezza da condividere con noi lettori.
      Cordialmente

  7. Anna

    Vero,vero, tristemente verissimo
    Possiamo fare qualcosa
    Si può
    Perché ci sono tanti interessi politici
    Ma penso che si possa fare, si deve avere un miracolo da parte di tutti

  8. Maura Simonini

    I commenti ormai sono inutili, io rivorrei la mia città come l’ho conosciuta negli splendidi anni 70…..
    Fra i vari commenti di sciatteria inserirei anche l’orrendo Albero di Natale 2025.
    E’ ora di ascoltare i cittadini che mantengono vivo il desiderio di cambiare non solo a parole!!!

  9. Simone

    30 anni di politica autoreferenziale che se la canta e se la suona,senza mai ascoltare chi la città al vive realmente.
    L’alternanza politica forse avrebbe evitato questo scempio peccato che le opposizioni non siano mai riuscite a proporre candidati realmente credibili.


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