A 50 e un anno dalla notte in cui fu barbaramente ucciso si torna a parlare di Alceste Campanile. Me ne sento in parte orgogliosamente responsabile, perché assieme all’amico Giordano Gasparini gli ho dedicato recentemente un romanzo e un saggio, riprendendo la graphic novel che anni fa avevo scritto sempre sulla vicenda di un giovane che ho conosciuto come tanti nei miei anni giovanili a Reggio.
La settimana scorsa è poi arrivata un’iniziativa del fratello di Alceste e di un gruppo di suoi amici. Anche in quest’occasione, come già avevamo fatto io e Gasparini, è stata rilanciata l’idea di dedicare ad Alceste una via, un’istituzione, una piazza della nostra città. Proposta che ha suscitato la reazione di Marco Eboli, storico consigliere comunale della destra, prima Movimento sociale poi Fratelli d’Italia. Ma prima di parlare di oggi, riassumiamo per chi è più giovane la vicenda di Alceste Campanile.
Nato nel 1953, Alceste da ragazzo aderì ai movimenti della destra italiana per poi, con una conversione a 180° peraltro non rara a quei tempi, passare a Lotta continua.
Di carattere esuberante, si segnalò rapidamente all’interno della città e non solo per l’attività politica e qualche scritto di un certo rilievo. Alceste non disdegnava comunque la vita di tutti i ragazzi. E una brutta sera dell’estate del 1975, ottenendo un passaggio da un presunto amico per andare a ballare al Redas di Montecchio, venne invece portato sul greto del fiume Enza e assassinato con due colpi di pistola alla nuca.

Suo padre, personaggio discusso e discutibile e condannato per reati amministrativi in un’altra città e in un’altra occasione, accusò immediatamente importanti esponenti del Pci reggiano di essere se non gli esecutori almeno i mandanti dell’omicidio. Il procuratore di Reggio Giancarlo Tarquini seguì quella pista creando sconcerto e dolore in città. L’altra pista per l’omicidio di Alceste, quella nera, cioè dei camerati che non gli avevano perdonato di aver cambiato bandiera, stando agli atti della giustizia è risultata quella giusta.
Il noto terrorista nero reggiano Paolo Bellini, già in carcere tra l’altro per la strage di Bologna, ha infatti confessato di essere stato lui l’autore dell’omicidio di Alceste. Una confessione che convince fino a un certo punto, ma che ufficialmente ha concluso la vicenda. Nei miei lavori letterari ho tenuto conto anche di altre ipotesi, ma non ho potuto certo ignorare come prevalente quella stabilita dalla confessione di Bellini.

Chiunque sia stato l’autore dell’omicidio di Alceste, questo non sposta il fatto che un giovane reggiano colpevole solo di fare attività politica e sociale è stato barbaramente ammazzato in quegli anni non a caso chiamati Anni di piombo. Questo, a parere mio e di molti, è condizione sufficiente ampiamente per intitolargli qualche luogo a Reggio Emilia.
Eboli, e qui torniamo ai fatti di oggi, ben lungi dal voler pacificare, si arrampica in improbabili paragoni, citando il fatto che a Milano la giunta non abbia intitolato nulla al giovane di estrema destra Ramelli, ucciso da militanti di sinistra nello stesso periodo in cui trovò la morte Alceste.
A me l’argomentazione di Eboli ricorda quelle discussioni di qualche anno fa quando a chi criticava l’Unione sovietica per lo stalinismo si rispondeva: pensa a quello che hanno fatto gli americani in Cile col golpe di Pinochet. Cioè, aprire un palleggio di responsabilità che non porta da nessuna parte.
A Eboli va il mio rispetto, se non altro per avere per trent’anni fatto opposizione a Reggio senza nessuna speranza di andare al governo, il che lo rende quantomeno resiliente e probabilmente coraggioso. Forse conscio di aver esagerato, il nostro introduce poi una variante alla sua tesi: intitolate pure qualcosa a Campanile, ma scrivendo nella targa ricordo “militante del Fronte della gioventù e di Lotta continua”.
Ora, a parte che il fratello di Alceste, Domenico, sostiene che mai suo fratello aderì al Fronte della gioventù, citare come decisiva una prima militanza giovanile suona come se io nella mia epigrafe volessi scritto che sono stato membro del Club di Topolino dal 1960 al 1965.
Per concludere, quello che mi risulta incomprensibile (e, confesso, un po’ mi preoccupa per il futuro di tutti) è la difficoltà non solo reggiana a ricostruire – e se sia il caso celebrare – una memoria. A volte scomoda, fastidiosa certamente, e penso al triangolo rosso, penso al caso delle foibe; ma si tratta di pezzi di storia verificati, che dobbiamo tutti ricordare e sui quali dobbiamo riflettere per cercare non una pace di comodo, come propone il senatore La Russa a proposito di Salò, ma una seria riflessione su quello che siamo stati e che siamo. Perché la storia, ricordiamolo sempre, ci forma e ci formerà.







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