Lirica. L’Ernani di Verdi al Valli: Kunde trionfa, ma Reggio non c’é

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di Mauro Del Bue

Faccio ricorso alla mia memoria. Per assistere all’Otello con Placido Domingo del 1992 ci fu ressa ai botteghini dopo un battage sui giornali durato settimane. Spasmodica fu l’attesa per Katia Riccciarelli in Maria Stuarda di Donizetti del 1990 che forse non rispose con una prestazione eccezionale a tanta attesa. Ovviamente ricordo, ero bambino, il debutto di Pavarotti nel 1961 e la sua scrittura per la Bohème in cartellone dell’anno successivo che suscitò non pochi contrasti in seno alla direzione teatrale, come amava ricordarmi mio padre. Il teatro era pieno come un uovo. E ben mi rammento la messa in scena dello Zar Saltan di Rimsky Korsakov allestito dalla Scala di Milano e che debuttò a Reggio nel 1988 alla presenza di un teatro gremito e di tutte le autorità reggiane, sindaco in testa.

Molta tristezza mi ha suscitato la visione di un teatro desolatamente vuoto per assistere a un Ernani con protagonista Gregory Kunde, uno dei più grandi tenori drammatici del mondo. Quel Kunde, il solo Otello del momento, che canterà a giugno a Bologna l’opera di Verdi. Perché quei vuoti a fronte di questo evento, alla presenza di tanto nome e per di più di un’opera di repertorio di Verdi? Il Covid? Ma con Carmen il nostro bel Municipale era esaurito. C’era il debutto nella parte della protagonista della reggiana Martina Belli, d’accordo, ma allora perché non completare il cast reggiano con Elena Rossi nella parte di Micaela al posto della modesta Giordano? Cos’ha fatto di male costei per poter cantare in mezza Europa ma non nel teatro della sua città? La verità é che da almeno due decenni é stata colpevolmente sradicata a Reggio la tradizione operistica, gli appassionati preferiscono abbonarsi in altri teatri, i giornali (che titolavano in prima le recensioni operistiche) non ne parlano o quasi. Forse il teatro non sa coinvolgerli in accurate conferenze stampa preventive e in interviste coi protagonisti.

Certo si leggono solo articoli che parlano di regie e scenografie e quasi mai di musica. Forse per mancanza di preparazione musicale dei giornalisti. Sì perché la regia é spesso un comodo rifugio. Come descrivere l’Ernani semplicemente come un’opera giovanile di Verdi? L’Ernani non é l’Oberto e neppure Un giorno di regno. E’ l’opera che segna l’inizio della collaborazione di Verdi con Piave e per la prima volta la descrizione dei personaggi é a sfondo psicologico, giocato su contrasti, tra vendetta e amore, onore e rispetto. Persino il culto dell’ospitalità, che impedisce a Silva di consegnare al re il rivale Ernani, qui trionfa. Musicalmente siamo ancora di fronte a uno schema tradizionale con romanze, cori e concertati inframmezzati da recitativi. Non siano ancora al dramma totale per dirla con Wagner, che in Verdi compare a partire da Rigoletto, cioè otto anni più tardi. La performance di Kunde é forse intagliata di più sull’accento limpido e di forza di un Corelli o di un Domingo, che non sulle fioriture romantiche di un Bergonzi, ma convince ed esalta portando ad ovazioni meritate lo scarso pubblico presente.

Quel che stupisce di Kunde é la straordinaria potenza vocale nonostante i suoi 67 anni, perché di carisma e di prestanza scenica il grande tenore americano é dotato dalla nascita. Un accenno alla regia. Rispettosa e se non ne parliamo risulta, coi tempi che corrono che ci hanno visto sorbire una Carmen in un carcere, una Lady Macbeth che canta sul cornicione di un condominio, una Lucia che muore in una vasca da bagno, un Rigoletto cameriere di un bar e una Mimì che muore di aids in ospedale, invero eccellente. Il baritono Ernesto Petti é dotato di notevole volume che, se usato al meglio (gli sono mancati forse quegli accenti smorzati e un po’ di mezze voci perché non si può cantare sempre spingendo) può davvero risultare una delle voci più interessanti del teatro lirico italiano. Un re Carlo all’altezza. Qui bisognerebbe parlare di Elvira e di Silva. E lo facciamo brevemente perché la Dotto é un Elvira lirica e non di spinta e con doti di agilità (come, ad esempio, non citiamo la Price, ma solo l’enorme Marcella de Osma che fu a Reggio nel lontano 1964) che dovrebbero caratterizzare la famosa romanza “Ernani involami”. Qui cadde anche la Freni, ottima e robusta nei centri ma che aveva bisogno di tempi allargati nella scala ascendente della romanza. Quel “non fa per te” del Loggione della Scala del 1982 sia pur ingeneroso, ha fatto epoca.

La Dotto non può essere adatta per Liù e per Ernani. Parodi canta bene. Il problema é che non si sente. O ho perso un po’ di udito io? Forse. Orchestra Toscanini migliorata nei fiati ma non negli archi e nei timpani. Una preghiera al maestro Casellati, figlio di cotanta madre. Nel preludio i suoi predecessori, siano Muti o Molinari Pradelli, variano in un progressivo accento l’ingresso dei violini e poi l’esplosione dei timpani. E anche nel coro “Si ridesti il leon di Castiglia” non si può far cantare tutte le strofe allo stesso modo mentre nel coro iniziale “Beviam quel vino beviam” tutto appare stranamente silenziato da una tela che si sovrappone a quatto o cinque isolati e spaesati coristi. Reggio ha perso un’occasione. E’ rimasta insensibile. E a casa. La giunta comunale e le autorità politiche, statali e militari anche. Forse valeva la pena invitare Gregory Kunde in Comune e consegnagli il primo tricolore. E da ultimo, per non farmi mancare proprio niente, aggiungo un’amara riflessione. Già Piacenza, che pare il teatro che detta legge a quelli emiliani, aveva prodotto un’eccellente Gioconda con due artisti come Meli e la Hernandez. Adesso si ripete con Kunde.

Ai miei tempi quel di Piacenza era ritenuto un teatro di serie B. Reggio si giocava con Parma il protagonismo nella lirica. La classifica é cambiata. Anzi si é capovolta a nostro danno. La competenza premia più delle risorse. E la perdita, non da oggi, di un primato, in una delle espressioni tradizionali che appartengono alla nostra storia più popolare della quale i palchi vuoti rappresentano una triste testimonianza, sia da monito a chi di dovere. Non ci vuole un surplus di cultura, ci vuole la sensibilità di uomini come Gigetto Reverberi e Zannoni che alla cultura della città avevano l’umiltà di affidarsi corredandola con la loro eccezionale capacità organizzativa. La sensibilità è il rispetto per un teatro.



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