L’Andreotti a 5 Stelle

Luigi Di Maio

“Uno vale uno, ma l’uno non vale l’altro”. C’è qualcosa di andreottiano in questo motto coniato da Luigi Di Maio per fare piena luce sul nuovo corso del Movimento 5Stelle: astuzia, trasparenza, assenza di pudore.

Sì, perché la specificazione con cui si accetta di separare gli uni dagli altri in termini di valore e di merito rivoluziona un dogma assoluto per la prima generazione cinquestelle. Tanto Grillo vagheggia tuttora dell’abolizione dei politici di professione e dei governanti scelti a sorteggio, a maggior ragione Di Maio se ne affranca e punta al sodo senza ambiguità: “Voglio creare una classe dirigente all’altezza anche nei Comuni”, ha detto il ministro in veste di ricandidato leader del Movimento.

E la sua azione muove a grandi passi. La proposta di un’alleanza strategica con il Partito Democratico è sul tavolo e investe, dopo la delusione subita alle Regionali grazie alla resistenza dei candidati locali, anche le elezioni del 2021, a iniziare dalle sfide di Roma e Torino.

Il ministro degli Esteri non si nasconde più. Non solo ha messo in soffitta la demagogia dell’uno vale uno. Ha anche certificato la trasformazione dei 5Stelle da Movimento a Partito, liquidando i ricordi romantici dei primi meet-up sparsi sul territorio nazionale e promuovendo un verticismo in versione 2.0 dove la sola possibilità per l’iscritto consiste nel rispondere via web sì o no a domande disposte dai capi.

Della base resta pochino, dell’opposizione interna pure. Gli scontenti si riuniscono intorno ad Alessandro Di Battista, il quale tuttavia si è accorto di essere stato messo da parte dalle trame di Di Maio e ora non sa che pesci pigliare. La statura di Vito Crimi, reggente provvisorio, non è quella del leader. Si levano voci contrarie al nuovo corso soprattutto fuori del Parlamento, ma in assenza di un luogo concreto in cui magari dividersi e contarsi non esiste. Persino l’ipotesi di un congresso spaventa l’ala governista.

Nel frattempo, Di Maio muove il Movimento come fosse cosa sua, forte dell’appoggio dei gruppi parlamentari la cui principale preoccupazione, ça va sans dire, è abolire del tutto il limite delle due legislature e tentare di farsi rieleggere.

La spregiudicatezza di Di Maio interessa anzitutto il Pd. Zingaretti naviga da settimane nell’incertezza, ha lasciato cadere l’accordo in Puglia e nelle Marche senza impegnarsi troppo e non riesce a trovare una linea precisa che porti il partito al referendum del 20 settembre con una posizione unitaria (referendum nel quale è prevista da tutti i sondaggi la vittoria del Sì, il che consentirà a Di Maio di festeggiare e di coprire la sconfitta alle Regionali, mentre al Pd non resterà che contare i danni).

La spregiudicatezza con cui un anno fa Di Maio e compagnia passarono da un governo con la Lega a uno con il Pd evidenzia il pragmatismo di questa generazione di politici cresciuti tra populismo e scalate istituzionali. Qui torna l’Andreotti del “tirare a campare è meglio che tirare le cuoia”: il potere per il potere a qualsiasi costo, compreso l’accordo con chi sino a ieri accusavi di essere “il partito di Bibbiano”.

Anche per questo nel Pd inizia a farsi largo il timore di essere imbrogliati. L’accordo di governo con i grillini ha salvato il Paese da Salvini e compagnia, ma legarsi a un’alleanza strategica il cui fine ultimo è recuperare i grillini da una progressiva agonia elettorale non sembra giustificabile. Anche perché la linea di Di Maio è trasparente: fare dei Cinquestelle la Dc del ventesimo secolo, posizionati al centro e indispensabili per qualsiasi governo. Con tutto il rispetto per la Dc.




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