Reggio, la lettera. La zia di un ragazzo miodistrofico: il Covid e il diritto di non ammalarsi

duchenne

Rita Cigarini

Sembra ormai insorta un’insana abitudine agli scandali che si alternano nella nostra città. Non ancora usciti dai probabili errori sul controllo del servizio Sanitario sull’operato finanziato ad – Hansel e Gretel – di Bibbiano, si sono aggiunti i furbetti del vaccino – quelli che si infiltravano nella falla del sistema – di cui è rimasta tanto amareggiata la dott.ssa Marchesi, infine, ora sono arrivati i blitz per le ispezioni in merito all’acquisto di 5 milioni di mascherine, sembra da una ditta di “formaggi stagionati” Trentina. Non mi interesso di economia e tanto meno di politica e formaggi, mi interesso di mio nipote la mia principale ragione di vita dopo la morte di suo padre, mio fratello, avvenuta solo poco tempo fa all’età di 63 anni. Mio fratello mi ha lasciato un’eredità importante, importantissima, mi ha lasciato ciò che ha caratterizzato la sua ragione di vita, suo figlio con la Sindrome di Duchenne, una miodistrofia che lo ha condotto ben presto alla tetraparesi e ad una vita in carrozzina.

Ogni qualvolta mio nipote 39 enne non sta bene, o perché ha la febbre o perché gli devo aspirare il muco tracheale dallo stoma che ha nel centro della gola, vengo stordita da un turbinio di emozioni, soprattutto dalla paura, dalla angoscia, farò la cosa giusta… nel modo giusto… farò come avrebbe fatto suo padre? Sono una pensionata, invalida ed amo mio nipote come fosse mio figlio. Quando mio fratello seppe della sua tremenda prognosi mi chiese di diventare il Amministrare di sostegno di L., io con orgoglio accettai e rispetterò le sue volontà, di tutelare la salute di mio nipote ad ogni costo. Io ho una famiglia, una famiglia mia, che mi supporta in tutto questo, sanno il valore e l’importanza che ha per me e per mio nipote, rinunciano alla mia presenza, alle serate spensierate ai week end insieme, pur di onorare la mia promessa e di seguire ciò che mi ordina il cuore. Sento l’eco delle parole di un colloquio con il Direttore Generale.

Ribadisco all’epidemiologa dott.ssa Marchesi, l’importanza per un’immediata vaccinazione a mio nipote affetto da questa grave patologia, e spiego anche l’importanza di un’idonea prevenzione primaria proteggendo i caregivers e tutto il personale che si avvicina a mio nipote. Invece no, dopo qualche giorno viene vaccinato solo mio nipote, i caregivers no. Il paradosso è che neanche il personale dello SDAC (Assistenza Domiciliare per Cittadini Disabili) è vaccinato e due giorni fa ho ricevuto la telefonata che una ragazza del personale (contatto diretto) è risultata positiva. Ma i protocolli dove sono, chi li gestisce, chi li coordina e soprattutto chi se ne assume la responsabilità di una loro omissione. Infine, oggi alle 12,30 un uomo tutto di bianco vestito, senza preavviso, suona alla porta per fare un tampone a mio nipote e anche in questo caso non ai famigliari.
Immaginate il terrore di questo ragazzo inerme, che come saluto di commiato riceve un “tra 48 ore saprai l’esito”. Di chi è la responsabilità di tutto questo? Di chi è la immensa responsabilità di tutto ciò?

Cara sig.ra Marchesi quando avrà risolto il dilemma dei 5 milioni delle “mascherine al formaggio”, oggi sotto la lente degli investigatori, venga a trovare mio nipote e imparerà che anche da una flebile voce si può percepire un urlo di dolore.

 

 

 



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