“In fabbrica canti/cazzo se canti”

Joseph Ponthus
8.3

«Domani /Come interinale / Il lavoro non è mai sicuro / I contratti sono di due giorni una settimana al massimo / Non è Zola ma potrebbe sembrarlo / Vorremmo scriverlo il XIX secolo e l’età dei lavoratori eroici / Siamo nel XXI secolo / spero di attaccare /Aspetto di staccare/ Aspetto di attaccare / Spero».

“Alla linea”, un romanzo-poesia (le note della quarta di copertina non mentono), per descriverlo dobbiamo, noi che odiamo i superlativi, usare un aggettivo superlativo: bellissimo.
Arriva insieme al cuore e al cervello. La scrittura proso-poetica (scusate il neologismo) ci restituisce un mondo del lavoro non oggetto di descrizioni esterne fatte da scrittori “borghesi” con il dolce vita o con la fede operaista che si immedesimano nella condizione operaia ma è la condizione operaia stessa che fa narrazione di sé stessa. Pulsante di vita, di fatica, di speranza. «Aspettare e sperare – scrive l’autore – Mi rendo conto che sono le ultime parole di “Montecristo”. Il mio caro Dumas / “Amico mio, il conte non ci ha appena detto che l’umana saggezza è tutt’intera raccolta in queste due parole: Aspettare e sperare”».

Il quarantenne Ponthus, laureato in storia della letteratura, con un passato di giornalista ed educatore, si trasferisce, insieme alla moglie, a Lorient, una cittadina costiera della Bretagna. Senza lavoro, trova impiego come interinale nell’industria agroalimentare, prima in una fabbrica i cui si lavorano crostacei, molluschi e pesci, poi in un mattatoio. Turni di notte.

Questo è un romanzo “working class”; la vita di un lavoratore senza mediazione se non quella letteraria, in cui la fisicità è l’essenza di otto ore spese in fabbrica a cuocere gamberetti o spostare carcasse di manzi da mezza tonnellata sotto l’occhio del potere dei caschi rossi, i capi reparto. L’attesa della pausa per un caffè e due sigarette, la seconda accesa con il «culo dell’altra». Trenta minuti. E poi ancora il corpo in fabbrica, la mente che canta canzoni liberatorie o che va in altre dimensioni. L’attesa della domenica per stringere la propria moglie, portare a spasso il cane sulla spiaggia, bere un aperitivo, telefonare alla madre. La stanchezza che alle volte può negargli il desiderio di vivere, perché il corpo reclama i propri diritti. Ma la fabbrica, ittica o il mattatoio, è anche il lavoro che gli permette di vivere.
Una vita parallela.

Il racconto delle fabbrica, una volta pubblicato, gli è costato il posto di lavoro, ma il romanzo, il suo primo e unico romanzo, «è stato un caso editoriale e ha riscosso grande successo di critica, aggiudicandosi cinque premi letterari».

Intendiamoci non è quel genere di romanzi per addetti ai lavori (i critici) o per intellettuali alla ricerca della chicca che li distingue dal resto dell’umanità, per poter dire quello che diceva il marchese del Grillo «Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un c…».
O per quelli per cui il tofu… «Stanotte scolerò tofu / Per tutta la notte sarò uno scolatore di tofu / Mi dico che sto per vivere un’esperienza parallela /in questo mondo già parallelo che è la fabbrica / La scena è questa / Sono le due e mezza del pomeriggio / Ho appena finito la mia notte essendo andato a dormire verso le otto / Devo attaccare alle otto e mezza di sera e staccare alle cinque / L’agenzia interinale mi chiama cambiamento di programma e di orario … / Inizio a lavorare / Scolo tofu … / Cerco di canticchiare tra me “Y a d’la joie” del buon Trenet per motivarmi / Penso a Shakespeare … / Penso che il tofu fa schifo e che se non ci fossero i vegetariani / non mi toccherebbe questo lavoro assurdo del tofu».

Lavorare per campare se non sei nel giro giusto…

Leggetelo!

(Joseph Ponthus, Alla Linea, Bompiani, 2022, pp. 250, 17,00 euro, recensione di Glauco Bertani).

(Si ringrazia la Libreria del Teatro, via Crispi 6, Reggio Emilia).

I nostri voti


Stile narrativo
9
Tematica
9
Potenzialità di mercato
7




Non ci sono commenti

Partecipa anche tu