Il funerale del glamour

il diavolo veste Prada 2

Più che una commedia brillante, scintillante e vagamente consolatoria, il seguito de Il diavolo veste Prada somiglia a un funerale. Un funerale elegante, certo, ben illuminato, con abiti impeccabili e battute calibrate, ma pur sempre un commiato. A vent’anni di distanza dall’originale – che almeno ebbe il merito di esporre, davanti a una platea globale, la fragilità delle nostre identità esteriori e le derive tossiche del senso di inadeguatezza – questo secondo capitolo arriva come un epitaffio, più che come un rilancio.

Il marketing lo ha gonfiato per mesi, con un’intensità quasi ossessiva, soprattutto a Milano, trasformando l’attesa in evento. Ma ciò che il film finisce per celebrare è, in realtà, la scomparsa di uno star system che aveva dominato con una seduzione aggressiva e perfettamente coreografata l’immaginario psicologico di fine Novecento: le grandi maison, le supermodelle, il lusso come linguaggio esclusivo del jet set, e perfino l’illusione di un potere ancora intatto della critica.

Il paradosso è che questo sequel esce vent’anni dopo, ma avrebbe potuto uscire due mesi dopo il primo senza cambiare sostanza. Già nel 2006 l’editoria cartacea mostrava crepe evidenti, il lusso per pochi oscillava tra aspirazione e caricatura, e il giornalismo – ammesso che lo avesse mai davvero esercitato – aveva già smarrito un’autonomia credibile, fagocitato da un sistema sempre più vicino al marchettificio che all’analisi.

In sala, lo sguardo si allarga e restituisce un dato quasi sociologico: pubblico prevalentemente boomer, larga maggioranza femminile. Una comunità che riconosce quel mondo e, forse, lo rimpiange. La “Milano da bere” riaffiora, con una punta di nostalgia che sorprende perfino chi pensava di averla archiviata.

Nel frattempo, però, il sistema è mutato altrove. La moda si è spostata nel riuso digitale, nella circolazione accelerata e smaterializzata dei segni. Le nuove generazioni non solo non condividono più quei codici: spesso non li riconoscono affatto. Le icone sopravvissute appaiono come statue di cera, più vicine a Madame Tussauds che a un immaginario vivo. È il trionfo dell’effimero che finisce per divorare sé stesso, oscillando tra cinismo e un sentimento sempre più rarefatto.

Il film, a quel punto, resta lì: impeccabile nella forma, irrilevante nella sostanza. Non perché racconti un mondo finito – ma perché lo fa senza accorgersi che è già stato archiviato. Non c’è più nemmeno il tempo del rimpianto: solo quello, più freddo, della sostituzione.

 

nicolafangareggi.substack.com




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