Il divorzio spartiacque italiano

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Possibile che esistesse un’Italia dove il divorzio era proibito? Figli e nipoti non credono alle loro orecchie, eppure tocca spiegare che sì, era proprio un’Italia così: piena di figli illegittimi, di vite separate perseguite da una legislazione che ancora stabiliva come reato l’abbandono del tetto coniugale, di esistenze irregolari additate alla pubblica esecrazione o comunque soggette a un delitto morale di pessima qualità.

Appare quasi irreale che all’epoca, metà degli anni Sessanta, un avvocato socialista friulano (Loris Fortuna) e un discreto liberale milanese, Antonio Baslini, entrambi deputati, depositarono alla Camera due progetti di legge, poi unificati, nei quali si stabilivano nuovi criteri di “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. La Democrazia Cristiana era contraria, soprattutto nelle sue espressioni più clericali, e anche in seguito alle pressioni di papa Paolo VI. Il Pci traccheggiava, convinto che in fondo le masse popolari non fossero pronte a un così ampio balzo di progresso nella sfera famigliare.

Così il fronte maggioritario che portò all’approvazione della legge dapprima in Parlamento con pochi voti di scarto, il primo dicembre del 1970, e con ampiezza assai maggiore il 12 maggio del 1974, nel referendum abrogativo voluto dalla Dc di Amintore Fanfani e dal Vaticano, venne guidato da una leadership collettiva formata dai socialisti e dalle forze laiche, mai tanto vincenti in una battaglia tanto fondamentale nella storia repubblicana, a cui si sommarono le posizioni avanzate dell’area cattolico-democratica, il cui contributo fu probabilmente decisivo nella vittoria referendaria.

Eroe di quella stagione fu Marco Pannella. Il leader radicale guidò la Lega per il divorzio (Lid) e si dedicò strenuamente alla creazione del consenso presso l’opinione pubblica, certo che gli italiani fossero maturi per diventare gli ultimi responsabili delle proprie scelte anche all’interno (o al di fuori) delle mura domestiche.

Diciamo italiani, ma soprattutto dovremmo dire “italiane”, poiché da questo passaggio della storia nazionale deriverà una catena di conquiste civili destinate a rimuovere la donna dalla condizione subalterna in cui era stata ridotta da un secolo di liberalismo, fascismo e clericalismo repubblicano.

La larga vittoria popolare che coronò l’impegno del fronte divorzista rivelò alla politica l’esistenza di una società assai più avanzata di quanto si sospettasse. Solo a referendum avviato il Pci prese consapevolezza che il divorzio non era quel “lusso borghese” sul quale si era attardato. Lo slancio modernizzatore che ne seguì interesserà la lunga strada per i diritti civili con la legalizzazione dell’aborto, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, l’abolizione delle norme più arcaiche contenute nel codice Rocco di epoca fascista, e più avanti con le unioni civili e le politiche di sostegno alle famiglie (al plurale, non al singolare).

Quella strada è ancora lunga e se ne possono intravedere le tappe. Tuttavia la situazione di oggi ha poco a che vedere con le scoppiettanti battaglie di civiltà combattute in un’epoca, gli anni Settanta in Italia, dove fu il piombo a prevalere sul confronto civile tra le forze sociali – soprattutto tra i giovani. La spinta propulsiva del Sessantotto pacifico e libertario fu annichilita dalla lotta armata e ridotta presto ai minimi termini. Oggi le minoranze si battono per vedere riconosciuti i propri diritti, ma la battaglia per il divorzio non fu lotta di minoranza, bensì di maggioranza non emersa. Pannella e gli altri seppero interpretare la società italiana di più e meglio dei partiti di massa. È un merito storico in un passaggio decisivo della storia nazionale.

Oggi non si vedono leader capaci di quelle intuizioni.




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