I Cenci: quando è il passato che prova a essere avanguardia

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“Les Cenci” è un’opera di Antonin Artaud scritta nel 1935. Sebbene Artaud sia diventato un pilastro della storia del teatro contemporaneo più per la teoria (o filosofia) che per la pratica, quest’opera rimane uno dei testi simbolo del suo “Teatro della Crudeltà” che, ricordo, non fa riferimento né a sangue né a violenza fisica, ma è un modo totale di intendere teatro, come fosse un rituale magico, in cui la parola è solo una delle componenti, al pari di corpo, luci, musica e scene.

“I Cenci”, infatti, non è un’opera come quelle in cui siamo soliti imbatterci, è una partitura vocale accompagnata da musica; c’è un libretto, ma è assente qualsiasi forma di cantato. Artaud prende l’intreccio da Stendhal e Shelley: il Conte Cenci è insieme protagonista e antagonista della vicenda, crudele e malvagio con i componenti della sua famiglia, concentra le sue angherie sulla figlia Beatrice, chiusa in un convento insieme a Lucrezia, la moglie. Un complotto porta all’assassinio del Conte, i cui organizzatori però vengono processati e condannati al rogo, senza lasciare nell’arena né vincitori né vinti.

Nella versione che ci ha offerto il Festival Aperto di Reggio Emilia, musica e libretto di Giorgio Battistelli si uniscono alla direzione musicale di Francesco Bossaglia e alla regia di Carmelo Rifici.

Il risultato ha degli indubbi punti di forza che però a ben pensare partono dagli spunti dello stesso Artaud. L’opera, complessiva di attori, musiche, costumi, luci e installazioni visive è indubbiamente coesa: sfumature di bianco e nero, luci soffuse e contrastate, la musica sorregge ottimamente lo spettacolo senza sovrastare né nascondersi: un teatro totale, non solo di parola, come auspicava Artaud.

Interessante il meccanismo utilizzato per il suono: le voci degli attori risuonano di volta in volta in una cassa diversa della platea, la percezione è che arrivi ogni volta da un punto diverso, spesso sentiamo provenire dalle nostre spalle parole che vediamo uscire dalla bocca di un attore davanti a noi, ci si sente accerchiati. Questo meccanismo era già stato suggerito dallo stesso Artaud, ma in questa sede è stato indubbiamente ben applicato. I punti deboli risiedono invece nella regia che non è temeraria quanto lo fu l’opera nel 1935. Gli attori per sopperire alla mancanza di contatto (dovuta alle normative anti Covid19) recitano davanti ad un leggìo, che però limita grandemente la loro possibilità espressiva; talvolta si ha la sensazione che la loro performance avrebbe potuto spaziare molto, se non fossero stati ancorati al leggio.

A commento dell’opera vengono mostrati dei video, anch’essi in bianco e nero, che rivelano l’animo bestiale del conte, ma che risultano fin troppo didascalici; non aggiungono molto alla trama e finiscono per essere superflui. Nel finale una ballerina si sostituisce al personaggio di Beatrice e mentre quarantanove fari sullo sfondo si accendono fino a raggiungere una luce abbagliante (il rogo), la danza ci comunica il terrore di Beatrice di incontrare di nuovo suo padre dopo la morte; peccato non aver usato questo mezzo anche in altri punti dello spettacolo.

Se l’intento era di portare l’opera di Artaud nella contemporaneità, il risultato è un ibrido non pienamente soddisfacente. Ci troviamo di fronte ad un teatro visceralmente novecentesco che prova a svecchiarsi usando alcune tecnologie del nuovo millennio: il passato che prova ad essere all’avanguardia.

I nostri voti


ALLESTIMENTO
7
REGIA
5
ATTORI
6




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