Attraversati dalla vita

kubler

Fra la vita e la morte è un attimo… solo che in mezzo c’è un gran polverone.
In mezzo a questi due estremi sta il nostro agire umano.
Elisabeth Kübler Ross è stata una psichiatra svizzera, fondatrice della psicotanatologia. Nel 1970 ha elaborato un modello a cinque fasi, che permette di capire le dinamiche più comuni che vivono le persone a cui è stata diagnosticata una malattia terminale.


La prima fase è quella della “Negazione”, in cui la persona afferma che non è possibile ciò che sta capitando, rifiutando di credere che la malattia sia mortale. Quante volte, di fronte a ciò che ci accade nella vita, noi affermiamo che non è possibile, che sicuramente c’è un errore rispetto all’interpretazione di ciò che ci sta accadendo?  Non serve essere in prossimità dell’evento finale per diventare increduli rispetto al nostro vissuto.
La seconda fase è quella della “Rabbia”, quando cioè ci si arrabbia con Dio o con i medici o con chi può aver causato la possibilità della morte. Non è forse questo atteggiamento nei confronti di ciò che ci accade tipico di tante situazioni? Ad esempio si può essere arrabbiati con la vita che ha permesso che le cose andassero come sono andate. Se non proprio noi, quante persone sono arrabbiate in questo momento perché la vita è andata storta e le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare?

La terza fase è la “Contrattazione o Patteggiamento”: emergono immagini e pensieri di alleanza con Dio e il Divino o chi lo rappresenta, oppure ci si affida alla scienza o a chi la rappresenta. Se osserviamo i media, ci accorgiamo che gli esseri umani necessitano di scienziati-influencers che dicano loro come stanno le cose, oppure di una comunità scientifica che faccia i giusti esperimenti sulla realtà. Con ciò non metto in dubbio il lavoro certosino degli scienziati, che per fortuna continuano a ricercare, invece osservo l’atteggiamento di molti che vivendo nell’epoca in cui “Dio è morto” si affidano ciecamente a virologi e scienziati mediatici oppure alla scienza stessa come una declinazione fideistica. Lo stesso atteggiamento si è potuto osservare nei secoli precedenti nei confronti dell’Istituzione Chiesa.

In generale, nei confronti di ciò che accade possiamo porci con la fede (che però, lo sanno tutti, è cieca) oppure possiamo cambiare atteggiamento, osservando in maniera critica e vagliando continuamente la validità di quanto viene proposto sulla base della reale affidabilità nell’applicazione concreta.  Si può in tal modo individuare una persona di riferimento, cui rivolgere la nostra fiducia in un determinato ambito: la fiducia è cosa ben diversa dalla fede in quanto è appunto basata su una relazione in cui è fondamentale un continuo processo di osservazione e validazione.


La quarta fase è la “Depressione”, che avviene quando il patteggiamento viene a mancare, quando c’è la caduta delle illusioni e la realtà appare per ciò che è, oggettiva. Quante volte nella nostra vita accade di sentirsi disillusi rispetto a quello che credevamo fosse e ci troviamo ad essere molto tristi, ma in compenso profondamente lucidi ed è modulando questo sentimento che molti scrittori traducono il dolore in poesia. Mi viene in mente Leopardi che osserva la siepe dell’infinito, che non gli permette di vedere oltre, ma andando oltre il suo limite inizia ad immaginare in modo lucido, riuscendo così a uscire dal suo stato, caratterizzato negli ultimi periodi dal concetto di Natura Matrigna. Quante volte ci è capitato di essere tristi come Leopardi e però non essere riusciti a scrivere poesie geniali come “L’infinito”?

In fine la quinta fase, “L’Accettazione”: possiamo accettare che ciò che accade sia andato proprio così, ciò avviene se siamo riusciti ad attraversare la lunga notte dell’anima fatta delle fasi sopra descritte. Accettare non significa sopportare, non significa martirio, Gesù stesso quando invitò a porgere l’altra guancia intendeva dire che quando ne hai abbastanza devi volgere lo sguardo da un’altra parte (è esattamente ciò che accade quando porgiamo la guancia girando la testa) per andare altrove.

L’accettazione è essere totali in ciò che stiamo vivendo, quando i sì sono sì e i no sono no.
Mi viene in mente un episodio di San Francesco, che in un periodo di pestilenza si trovava nella tempesta assieme a Fra Leone, entrambi vestiti con dei cenci. Si presentarono ad un monastero bussando, aprirono e chiesero ospitalità ma questa venne negata loro per le condizioni in cui si presentavano e per paura della peste. A quel punto, sotto la pioggia battente, Francesco si girò verso il suo compagno di avventure e gli disse in modo sicuro e sereno, con un gran sorriso: “Perfetta letizia”.
Le fasi sopra descritte si presentano continuamente nel nostro vivere quotidiano, in modo non necessariamente sequenziale. Può darsi infatti che in un determinato periodo proviamo rabbia per certi accadimenti, tristezza per altri, accettazione per altri ancora.

Il modo in cui ci poniamo quando siamo in procinto di morire dipende da come ci siamo posti durante la vita rispetto a ciò che ci accade. Da questo punto di vista, ogni attimo che viviamo è una preparazione all’ultimo, sta a noi decidere come vogliamo porci. Vita e morte sono profondamente congiunte.
Il lasciar andare, inteso come accettazione di ciò che ci capita e di ciò che siamo con le nostre qualità e punti d’ombra, è l’atteggiamento più nobile ed elevato che possiamo sperimentare nel corso della nostra esistenza. La vita, se vogliamo ascoltarla, è maestra nell’insegnarci questa via.




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