Epidemia, noto l’assenza del Grande Imputato

Don Giuseppe Dossetti

Con un certo stupore, noto l’assenza del Grande Imputato dai dibattiti sull’epidemia del coronavirus. Non è necessariamente una buona notizia per i suoi seguaci. E’ vero che, chi si rivolge a Dio, per chiedergli protezione o per protestare per la sua assenza, rischia di trasformarlo in un idolo, un dio pagano, che dovrebbe garantire ai suoi devoti salute e benessere. Oggi, vedo piuttosto il rischio che l’idolo lo diventiamo noi, aspettando salvezza dalla nostra tecnologia e dalla nostra organizzazione.

Tuttavia, la domanda resta: dov’è Dio, in tutta questa faccenda?

Tale domanda se l’è posta anche Abramo, il “padre dei credenti”. La richiesta che gli viene fatta è enorme: lascia tutto, esci dalla tua terra; non ti dico dove devi andare, solo che devi partire. Ti darò una terra buona e soprattutto una discendenza numerosa come le stelle del cielo. Abramo e Sara sono vecchi e senza figli, ma si fidano dello Sconosciuto che è entrato nella loro vita. Ci sarà un tempo di grande silenzio e, alla fine, la prova suprema, quella del sacrificio del figlio della promessa. Tuttavia, Abramo continua a credere che, anche se le apparenze sono contrarie, la promessa sarà mantenuta. Il “Dio di Abramo” (notate questo “di”, che indica appartenenza reciproca) non abbandona e guida la storia per misteriose vie secondo il suo progetto di bene.

Un discendente di Abramo, Paolo di Tarso, dirà la stessa cosa circa milleottocento anni dopo: “Io sono persuaso che né morte né vita, né presente né avvenire, potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore” (ai Romani 8,39): quindi, neanche il coronavirus. E’ difficile mettere a tacere i nostri perché, di fronte a tanta sofferenza, ma la fede è appunto credere che Lui c’è, accanto a noi, e un giorno riconosceremo che Egli ha saputo piegare al bene anche il male così pesante, che ci opprime con la sua greve tristezza.

In realtà, una risposta ci è già stata data: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Matteo 16,24s.). In Gesù, la fede di Abramo trova la sua perfezione e la sua ragione profonda, che è l’amore.

Desidero riportare un passo de L’Imitazione di Cristo, il testo così caro a tanti santi e al popolo cristiano: “Qualunque cosa tu mi dai all’infuori di te non ha valore per me: poiché io non cerco i tuoi doni, ma te. Come non sarebbe sufficiente per te avere tutto, ma non avere me, così non può piacermi qualunque cosa tu mi dia, se non mi offri te stesso. Ecco: io mi sono offerto tutto al Padre per te, ho dato anche il mio corpo e il mio sangue in cibo, per essere tutto tuo e tu fossi per sempre mio. Se tu rimarrai in te stesso e non ti offrirai spontaneamente alla mia volontà, l’offerta non sarà piena e non sarà completa l’unione tra noi” (libro 4, cap. 8).

Mi rendo conto che sto parlando di cose molto più grandi di me, sto balbettando. Ma di una cosa sono certo. Mi sembra che Nostro Signore dica anche a noi: ”Non cerco i tuoi doni, ma te”. Questo è davvero straordinario, che Egli abbia un tale interesse per noi: eppure, è quello che ci dice dalla prima all’ultima pagina della Bibbia. Talvolta, vorremmo scioglierci da questo abbraccio, che assomiglia alla dura lotta di Giacobbe con l’angelo (Genesi 32).

Eppure, esso è il prezzo da pagare per quell’eternità alla quale ognuno di noi anela. Il Libro della Sapienza riassume così il senso della storia umana: “Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena di immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati, come l’oro nel crogiolo, e li ha trovati degni di sé” (3,5s.). “Degni di Dio”, di quel Dio che, nella croce di Gesù, è entrato Lui pure nel crogiolo della vicenda umana.




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