Giovedì 5 febbraio a Reggio Emilia è iniziato il processo-bis per cinque agenti di polizia penitenziaria indagati per concorso in tortura e lesioni personali per il pestaggio ai danni di un giovane detenuto tunisino, avvenuto il 3 aprile del 2023 nel carcere cittadino.
La scena è stata documentata nei dettagli dalle telecamere del sistema di videosorveglianza interno dell’istituto penitenziario: la vittima era stata incappucciata con la federa di un cuscino stretta intorno al collo, poi denudata, aggredita con calci e pugni, spinta, calpestata. Dopo essere stato riportato in cella, il detenuto era stato poi aggredito una seconda volta e lasciato a lungo seminudo e sanguinante per terra, senza che gli venisse prestata assistenza sanitaria. È stata proprio la vittima della brutale aggressione, qualche giorno dopo, a sporgere denuncia.
Si tratta di un secondo filone d’indagine sulla vicenda: un anno fa, nel febbraio del 2025, dieci agenti di polizia penitenziaria sono già stati condannati in primo grado, con il rito abbreviato; in quel caso, però, per abuso di autorità contro detenuto in concorso (con pene variabili da quattro mesi a due anni di reclusione), senza che fossero riconosciuti colpevoli, come aveva invece chiesto la pubblica accusa, dei reati di tortura e lesioni. Tre di quegli agenti sono stati condannati in primo grado anche per falso, e due di loro ora sono imputati anche in questo secondo filone del procedimento, assieme ad altri tre colleghi.
Anche in questo nuovo filone processuale Antigone, associazione che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale, si costituirà parte civile “per contribuire all’accertamento dei fatti, continuando a denunciare dentro e fuori le aule di giustizia, e al di là delle responsabilità individuali, la gravità delle pratiche di violenza agite nei penitenziari italiani. Le condizioni gravemente deteriorate in cui versano le carceri non possono lasciare indifferenti e devono condurre a una riflessione politica ormai improcrastinabile”.
In aula sarà presente la presidente di Antigone Emilia-Romagna, Giulia Fabini: “Seguiamo con attenzione ogni istituto della regione: quello di Reggio è un carcere complesso, caratterizzato da un’alta presenza di detenuti definitivi, suddivisi in numerosi circuiti penitenziari e seguiti da un numero insufficiente di funzionari giuridico-pedagogici. Durante la nostra ultima visita, nell’ottobre scorso, erano cinque per 317 detenuti. È fondamentale che ogni episodio di violenza che si verifica all’interno degli istituti emerga, perché solo una società civile informata può porre domande e pretendere cambiamenti”.






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