La Corte d’appello di Bologna, sciogliendo la riserva sulle richieste istruttorie della Procura generale, ha stabilito che nella prossima udienza (in programma il 6 marzo) del processo sulla morte di Saman Abbas sarà riascoltato come testimone anche il fratello della vittima – che all’epoca dei fatti era minorenne.
Il giovane, durante il primo grado del procedimento, aveva accusato i familiari imputati per l’omicidio della sorella, ma la corte reggiana aveva valutato come sostanzialmente inattendibili molte delle sue dichiarazioni.
Saman Abbas, ragazza di 18 anni di nazionalità pakistana, era svanita nel nulla nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2021 dalla sua abitazione di Novellara, in provincia di Reggio, dopo essersi opposta a un matrimonio combinato in patria che era stato organizzato per lei dai suoi genitori. Il suo corpo senza vita era stato ritrovato dopo un anno e mezzo, alla fine di novembre del 2022, interrato a tre metri di profondità nelle campagne di Novellara.
La prima udienza del processo d’appello ha visto in aula per la prima volta anche Nazia Shaheen, la madre di Saman Abbas, estradata dal Pakistan solo lo scorso 22 agosto, a processo di primo grado ormai concluso.
Proprio in primo grado la donna era stata condannata all’ergastolo, assieme al marito Shabbar Abbas; mentre lo zio della vittima, Danish Hasnain, era stato condannato a 14 anni di reclusione. Assolti, invece, i cugini della ragazza, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq: ma per questi ultimi la Procura di Reggio ha voluto impugnare la sentenza di assoluzione in appello, convinta che anche loro due siano stati in qualche modo coinvolti nell’organizzazione o nell’esecuzione dell’omicidio.







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