Dall’attentato a Prampolini alla Caienna

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Il libro. Fabrizio Montanari “Achille Vittorio Pini, il figlio della Terra”, Corsiero Editore, finito di stampare nel dicembre del 2021.

 

Recensione di Ferruccio Del Bue

Si legge con interesse il nuovo libro del giornalista e appassionato storico, Fabrizio Montanari (“Achille Vittorio Pini il figlio della terra”, Corsiero Editore, stampato nel dicembre 2021), che porta alla luce le poco note e tragiche vicende dell’anarchico reggiano Achille Vittorio Pini.

Mentre lo sfoglio, il volume è ancora caldo di scrittura e di stampa e mi lascia impressa un’immagine: un figlio di Reggio Emilia, nato nel cuore del centro storico, in via Del Pozzo, uomo della fitta e densa nebbia padana, che termina la propria esistenza abbandonato e imprigionato nel terribile penitenziario della Caienna (Guyana francese), in un mondo ostile. Vedo il suo sguardo, appannato dalla fine, tentare per l’ennesima volta, aggrappandosi alla forza della disperazione, di scavalcare quell’oceano che lo separerà per sempre dalle sue radici.

D’altronde Achille Vittorio Pini, uomo dalla ‘testa dura’, l’anarchico individualista che diventò famoso nel mondo intero, tra le altre cose, per avere pianificato e provato a uccidere Camillo Prampolini, per 18 volte almeno tentò di fuggire dalla prigionia nella Guyana francese, anche a costo di farsi sparare, cosa che regolarmente accadde. Ma, purtroppo per lui, da quel terribile penitenziario voluto da Napoleone III (tra l’altro dismesso solo nel 1938), triste terra d’oblio per dissidenti politici, terroristi e malviventi comuni, solo 2mila fortunati su oltre 100mila rinchiusi ebbero salva la vita. E certo di Achille Vittorio Pini si poteva dire di tutto: che fosse una testa calda, che fosse un ladro, che fosse un provetto assassino, qualcuno azzardò anche a descriverlo come una specie di Robin Hood, con una sua morale, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, ma che fosse uno fortunato, quello no, non lo disse mai nessuno.

Era nato povero e morì senza niente, neppure la biancheria pulita. Come scrive Fabrizio Montanari era il figlio della terra, plasmato dalla miseria, che inseguirà per tutta la vita l’ideale della giustizia sociale per sé e per gli altri, facendo anche della confusione sulla progettualità concettuale: perché non aveva potuto studiare, ma al tempo stesso aveva fretta di fare la rivoluzione.

Nella pagina di sinistra Luigi Parmeggiani e in quella di destra Achille Vittorio Pini

Achille Vittorio Pini, ci ricorda Montanari, nacque a Reggio Emilia, nel dicembre del 1859, in via Del Pozzo, quartiere del Popol Giòst, quello della Santa Croce dentro le mura. Da quando si udì il primo gemito, la sua esistenza fu da subito in salita. Si mise presto al lavoro per mantenere se stesso e la famiglia: artigiano, tipografo, pompiere, tutto quel che il convento passava, lo faceva, e dove il vento spingeva, andava: da Milano, arrivando fino alla Parigi della Belle Époque, suggestione che non sfiorò Pini di striscio, visto che lui era convinto e determinato a portare sino in fondo il suo credo di anarchico individualista: rubare per dare ai poveri, rubare per aiutare i giornali, rubare per fare propaganda e politica. Tanto che alla fine, mix tra ladro e bombarolo, divenne uno dei terroristi politici più temuti d’Europa, addirittura uno tra i primi esempi di criminale fisiognomico ritratto da Cesare Lombroso.

Vittorio Pini delinqueva per ideologia a tal punto che, nel 1889, dopo una disputa tra internazionalisti, decise di fare ritorno in Emilia per compiere due omicidi. Si era fissato nella testa di fare fuori Celso Ceretti, ex garibaldino di Mirandola, e poi Camillo Prampolini, prossino astro nascente del socialismo.

Camillo Prampolini

Il piano, come riporta l’autore del volume Fabrizio Montanari, lo preparò a quattro mani con Luigi Parmeggiani, suo amico di una vita, ma dal destino molto diverso, opposto. E a questo proposito basti pensare che, mentre Vittorio Pini moriva alla Caienna, Parmeggiani, dopo ruberie, furbizie e varie prigioni alle spalle, negli anni Trenta tornò a Reggio Emilia, accolto a braccia aperte dai fascisti come uomo di cultura, magnate dell’arte, tanto da convincere le camice nere a erigergli quel curioso palazzetto da signorotto che sta fianco del teatro Ariosto (oggi Galleria Parmeggiani), nel quale morì solo nel lontano 1945, se non da cittadino ricco, almeno da persona agiata.

Bene, ma torniamo agli attentati. I due anarchici, Achille Vittorio Pini e Luigi Parmeggiani, da Parigi scendono a Milano. Poi dalla Lombardia saltano sulla littorina che li conduce a Mirandola. Per fare quel viaggio lì e arrivare nella stazione della Bassa modenese, piantata in mezzo al nulla della campagna, ci impiegarono un sacco di tempo, perché quel febbraio fu colmo di neve.

Finalmente sul posto, si sistemano in una locanda e poi si mettono alla ricerca del Celso Ceretti. Ma scoprono che il garibaldino è fuori paese per lavoro, si trova a Mantova. E allora i 2 attentatori non sanno bene cosa fare, come ammazzare il tempo. Gira di qua, rigira di là, tutto il paese si avvede di questi due 2 tipi stranieri, che, vestiti di scuro, si aggirano per le strade. La gente mormora: ma chi sono? Cosa vogliono quei forestieri?
Finalmente torna Ceretti, ma Pini e Parmeggiani vengono a sapere che è appena rimasto vedovo e tiene 4 bocche da sfamare. A questo punto gli improvvisati assassini vengono scossi dal dubbio e frenati da un prematuro rimorso: “Non possiamo farlo fuori e lasciare i figli orfani, sarebbe un gesto che nuoce alla rivoluzione”. Finisce così che si accordano per pugnalare Ceretti solo un po’, che sembra ancora più difficile di ammazzarlo, perché ci vuole una precisione chirurgica per far si che la vittima sanguini, però non troppo. Tuttavia, la storia andò proprio così. Celso Ceretti venne solo ferito, in paese scoppiò un gran trambusto tra schiamazzi e inseguimenti, mentre i 2 riuscirono miracolosamente a darsela a gambe con una rocambolesca fuga.

Achille Vittorio Pini in una scheda di Cesare Lombroso

Ma come ci ricorda il curatore della storia Fabrizio Montanari, la missione in Italia non terminò, anche Camillo Prampolini avrebbe dovuto pagare l’onta. Ed ecco Pini e Parmeggiani, passati 20 anni, riapparire nel centro storico di Reggio Emilia. Hanno un piano. Parmeggiani andrà a prendere il santone socialista in piazza del Gesù, dove c’è la tipografia che stampa La Giustizia. Poi con una scusa lo condurrà nei pressi della chiesa di Sant’Agostino, qui il collega, Pini, appostato in un anfratto buio, attenderà, pugnale in mano, la vittima designata dell’agguato. Ma stavolta a mandare all’aria i piani è un cugino dello stesso Vittorio Pini, tale Genesio Marzucchi, che avuto sentore della volontà criminale del parente, avverte Prampolini prima dell’imboscata rendendogli salva la vita. Per Pini, ancora là in attesa col pugnale a mezz’aria, e il suo compare Parmeggiani, dopo l’ennesimo fiasco, fu un’altra fuga a rotta di collo tra schiamazzi e stavolta con qualche sparo per aria, teso a disperdere gli inseguitori inferociti per le vie del centro.

Nel fuggi-fuggi, con la polizia alle calcagna, gli sprovveduti aspiranti assassini fecero in tempo a farsi notare anche in quel di Sant’Ilario (Val d’Enza), mentre in un’osteria cercavano ristoro in un bicchiere di vino. Poi, l’ultima scelta. Per un’ultima volta ancora sbagliata: tornare in Francia.
Passate le Alpi, Luigi Parmeggiani, personaggio più scaltro, più ambiguo e forse anche un po’ furfante, riuscì a riparare in Inghilterra, a Londra. E così, dopo un breve soggiorno in carcere, si ricostruì una vita tutta nuova. L’amico anarchico Achille Pini, invece, più schietto, magari più puro, ma forse d’intelligenza meno sottile, fu arrestato e processato a Parigi. Infine condannato a 20 anni da scontare alla Caienna per i reati commessi Oltralpe.

L’Italia chiese a Parigi l’estradizione per i due attentati consumati in Emilia (Ceretti e Prampolini), ma non venne concessa. E quel rifiuto per Pini fu davvero la fine.



C'è 1 Commento

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  1. ANDREA LUGLI

    Non ho ancora letto il libro, lo farò presto.
    Dall’ottima recensione di Del Bue emerge ancora una volta la curiosità, la PASSIONE e la qualità espositiva di Montanari per raccontare fatti storici della nostra terra, spesso dimenticati o conosciuti da pochi.
    Complimenti e grazie per questi importanti contributi
    A. lugli


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